ARMONIA

Anche un sentimento che non ha futuro può essere amore

Il racconto di Lavinia Ota Cassani.

Attraversava il ponte, lento incedere nella nebbia, aveva capelli lunghi e lisci che si muovevano al vento gelido di novembre. Andava incontro a Milan per regalargli lo spettro della notte che era stata.

“Mi ha regalato il suo violino”, disse. “Adesso dov’è?”, le chiese lui, spostandole una ciocca di capelli che le nascondeva gli occhi.

“Ha preso il treno, non la vedrò più”. E infatti si erano salutate con un addio, un lungo addio di baci e infinite carezze e sguardi e olfatto teso a inebriarsi del reciproco profumo che non avrebbero più sentito ma che volevano impresso su loro stesse. Si erano conosciute proprio lì su quel metroquadrato di ciottoli del Ponte Carlo dove adesso stavano lei e Milan.

Ute suonava, spalle rivolte al passaggio della gente, sguardo alla Moldava girgia del colore del cielo di quei giorni. Katerina si fermò come ipnotizzata. Ascoltò brani per una mezzora facendosi trascinare dapprima in un malinconico volo nel passato poi in un’allegra danza che le fece venire voglia di primavera e poi ancora in un frenetico pezzo di Paganini che le sconvolse i sensi e le mise in moto un flusso di energia che fece improvvisamente girare di scatto Ute. Si guardarono spaventate. Katerina espressione colpevole sentiva la responsabilità di aver rotto un incantesimo, Ute, violino a coprirle l’avambraccio, archetto a penzoloni dalla mano destra, aveva gli occhi di chi nell’incantesimo c’era appena entrato attratto da una forza magnetica. Le chiese come si chiamava, Katerina rispose timida, Ute allora riprese a suonare, guardandola negli occhi, trasformando quel viso in sensazione e sensazione in emozione, emozione in musica. Suonava occhi verdi e archi di sopracciglia castane, zigomi serrati, bocca arrossata di labbra screpolate che avrebbe ammorbidito coi suoi baci, e ancora suonava radiografie di ciò che non vedeva e immaginava sotto quel cappotto, una veste, biancheria intima pesante, calze di lana, si fermò lì, continuava a suonare senza spingersi a scavare dove non le era dato scavare per poi sfumare e interrompersi su una nota appena appena percettibile.

Katerina si chinò sulla custodia del

violino lasciando cadere dentro qualcosa. Le sorrise e se ne andò con la consapevolezza che qualcosa era successo in lei o forse fuori nel mondo, magari era scoppiata una guerra o forse era davvero venuta primavera, ma no era qualcosa di intimo che riguardava solo lei, una corda sottile che le faceva trattenere il fiato e che ora, spezzata, lasciava che Katerina introiettasse ettolitri di ossigeno d’aria.

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Alle nove di quella sera Ute si trovava al Cafè Kostantinovna, com’era scritto nel biglietto che Katerina le aveva messo nella custodia del violino. Incontrò i suoi occhi attraverso selve di facce, capelli e cappelli, uomini e donne in vena di chiacchiere semiserie davanti a pinte di birra. Incontrò i suoi occhi. Scivolò in mezzo agli echi di risate, ai toni alti bassi dei discorsi, ai colpi di tosse, a un batter di pugno sul bancone, al tintinnio di cucchiaini su tazzine. Si sedette come si sedeva davanti alla commissione di ogni suo esame al conservatorio col cuore in gola pieno di musica e aspettative e gioia di suonare ma con l’ansia della prova. Katerina smorzò l’imbarazzo, fece un gesto all’oste, chiese un caffè per sé, Ute disse “anch’io caffè”. Katerina riconobbe il forte accento tedesco, le chiese da dove veniva, “da Francoforte”, rispose Ute. “Sono qui perché mia scuola mandata con borsa di studio a frequentare corso di perfezionamento in vostro conservatorio ..ma tu di Praga?”, chiese. “Sì, o meglio, di qui vicino ma abito a Praga ormai da tanti anni sono una fotografa, lavoro per un paio di quotidiani e al momento sto preparando una mostra”, rispose socchiudendo gli occhi sorridenti e fieri. “Ah, sei famosa..devo chiederti autografo..”l’apostrofò Ute prendendola in giro. Katerina non colse il sarcasmo e rispose “No, Praga non è come Londra o New York, qui i fotografi non fanno book e personali e soldi a palate perché capita che fanno foto alla tal modella o alla tal altra e vengono assunti da agenzie di moda. Non faccio nemmeno l’inviata, quindi non ho foto all’ultimo respiro di crudi scenari di guerra, o di piaghe da lebbra, o di pance enormi da terzo mondo, io fotografo tutto quello che capita a Praga e la mia mostra s’intitola infatti Dieci anni di Ponte Carlo perché ho raccolto tutto quello che ho visto succedere lì in questi ultimi dieci anni .. dai barboni accoccolati in qualche angolo a dormire, alle proteste giovanili, ai cortei di altri manifestanti, ai turisti ricchissimi, ai suonatori come te”. “A me tu non mi ha fotografata..”, disse Ute, “lo credi tu”, rispose Katerina.

Nel frattempo erano arrivati i caffè ma non avevano occhi che per loro stesse né bocche che per parlarsi, inutile spreco di tempo sorseggiare un caffè.

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Uscirono di là a notte inoltrata ma sembrava che non bastasse. Non bastava più parlarsi, guardarsi, non bastavano le scuse per sfiorarsi, prestarsi un fazzoletto, raccogliere una monetina caduta dalle mani. Camminarono vicine per un paio di Silometri finchè Katerina prese Ute sotto braccio e le si parò davanti tumultuosa come un’ onda, la prima di un mare che inizia a farsi mosso, poi la spinse piano contro il muro di un palazzo antico di via Skorepka, le disse “io abito a cento metri da qui, puoi venire..vuoi venire?”. Ute si divincolò dalla morsa e continuandola a tenere per mano riprese a camminare spedita “io posso..io voglio..fai strada ancora come prima..”, rispose. Entrarono da un voltone in una specie di corte col pavimento di ciottoli. Una porta e poi scale, tante rampe fino all’ultimo piano. Un’altra porta e poi cappotti da togliere e fretta di contatto e fiatone da smaltire e poi cucina, gatto che attraversa il corridoio e si intrufola in bagno, altri vestiti da togliere, e freddo di pelle e caldo di sangue, mani fra i capelli, mani in cerca di appigli e pelle che si strofina e finalmente coscia fra cosce, braccia attorno a una schiena premuta su un torace e il suo seno, guancia contro guancia, respiro all’unisono. Armonia.

Le svegliò il mattino e Milan che entrò in casa come al solito col giornale fresco di stampa. Katerina rincuorò lo sguardo impaurito, incredulo, curioso, assonnato di Ute “è Milan, il mio migliore amico, siamo stati anche spostai per un po’ prima di venire a Praga per non dare adito a discorsi strani, sai il nostro era una un piccolo paese pieno di gente maliziosa e i nostri genitori ne avrebbero sofferto troppo..”. “Un gay e una lesbica sposati, sai che novità?”, risero insieme, “io invece sono sposata veramente e ho anche un figlio”, rispose secca Ute facendosi improvvisamente seria. Katerina la guardò come quando scopri che Babbo Natale è tuo padre che si alza un paio d’ore prima di te per sistemare i pacchetti sotto l’albero.

Decisero che si sarebbero bevute e sfinite e innamorate e perdute per tutto il tempo del soggiorno di Ute. Katerina sperava che la sua musicante si ravvedesse, che abbandonasse marito, figlio, Germania e stesse lì con lei tutta la vita a suonare sul Ponte Carlo. “Puoi sempre fare la concertista qui”, provava a dirle ogni tanto. Sapeva che Ute non poteva vivere senza suonare ma nemmeno senza suo figlio, ne parlava sempre con una tale nostalgia..Nel frattempo i loro corpi avevano preso sembianze simili, le loro voci modulate l’una sull’altra come coro, perfino i loro silenzi erano pieni di sentimento cantato, le loro discussioni piene di ragione orchestrata da direttore perito. I giorni si consumarono in fretta come sigarette fumate controvento.

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“Alla fine sono qui col suo violino e lei non c’è a suonare per me”, disse Katerina abbracciando Milan. “E’ un amore anche un sentimento che non ha futuro”, rispose lui e s’incamminarono nella sera avvolti dalla nebbia, “Sarà un amore che rivivrai ogni giorno qui sul Ponte Carlo come un qualcosa che ha avuto inizio ma non finirà mai, come la Moldava che si è portata via il suono pulito della sua musica ma l’eco è ancora chiuso dentro te e così l’armonia che eravate insieme”.

di Elle