Ecco perché la leadership femminile in politica non deve avere sensi di colpa

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Merkel, Clinton e May non si accontentano di quote rosa in governi e partiti egemonizzati da maschi.

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Dal prossimo novembre il mondo potrebbe avere tre donne al vertice di tre grandi potenze: Angela Merkel in Germania, Theresa May in Regno Unito e Hillary Clinton alla Casa Bianca.

Le tre così diverse, così per lontane per cultura, biografie personali, hanno però molto in comune: autorevolezza, competenza, il profilo da sgobbone, ma soprattutto non hanno complessi di inferiorità nei confronti del potere maschile. Sono così lontane cioè dall’archetipo materno, accomodante, che invece va per la maggiore fra le esponenti politiche italiane tutte impegnate a rivendicare una differenza femminile che suona come una trappola orchestrata ad hoc dai maschi per relegare le donne nei ministeri della Salute o delle Pari Opportunità. Clinton, May, Merkel, invece, vogliono il potere e lo vogliono tutto, al pari dei loro colleghi maschi. Come il personaggio iconico di Claire Underwood in House of Cards, non hanno sensi di colpa nei confronti degli uomini che le circondano – siano essi avversari, colleghi di partito, mariti o capi politici. Per questa ragione sono criticate e odiate. La Clinton, per esempio, è antipatica a molti perché non è rimasta nell’ombra del marito e ha sempre posto le sue ambizioni al pari di quelle di Bill.

Ecco perché le elezioni americane attuali sono una partita interessantissima. Hillary contro Trump non è solamente una sfida politica ma ha anche un piano simbolico affascinante. Perché se da un lato c’è Trump, con tutto quello che rappresenta in termini di ambizione, brama di potere e aggressività, dall’altro c’è la Clinton che non è certo una che passa di lì per caso. Anzi. Hillary è una spietata macchina da guerra, vuole la presidenza, ed è disposta a tutto per vincerla come il suo avversario maschio. In questo senso, la sfida della Clinton, oggi, è la sfida di tutte le donne del mondo che sono stanche di aspettare timidamente il proprio turno facendosi bastare le briciole lasciate dai maschi. E se questo significa passare per stronze, pazienza. Come scrive in un articolo per Pagina99 Paola Tavella, giornalista e femminista, per vincere bisogna saper essere delle grandissime stronze. “Occorre liberarsi cioè dei sensi di colpa, seppellendo una volta per tutte – scrive Tavella – l’oltraggiosa pretesa che le donne debbano comunque dimostrarsi migliori degli uomini“.

Angela Merkel, per esempio, non ha esitato a far fuori il suo padre politico, un signore che di nome fa Helmut Kohl, quando fu travolto dagli scandali; May ha fatto lo stesso con Cameron, vedendo cinicamente nella tragedia della Brexit un’opportunità ghiotta per emergere alla leadership del partito conservatore. Persino Marine Le Pen ha cacciato in malo modo suo padre Jean-Marie, leader storico del Front National, per diventare il capo dell’estrema destra francese. Un alto dato interessante è che Merkel, Clinton e May hanno costruito leadership inclusive costruendo alleanze con altre donne, promuovendo il talento femminile delle colleghe, soprattutto delle giovani. Merkel si è circondata di donne in importanti caselle del suo governo come il ministero della Difesa. May ha voluto la giovane talentuosa Amber Rudd come ministro dell’Interno, ruolo ricoperto dalla stessa primo ministro durante il governo Cameron, indicandola di fatto come sua erede politica. Clinton ha dato alla sua ex rivale, la senatrice Elisabeth Warren, un ruolo di primo piano nella campagna presidenziale. Insomma, le leadership femminili vincenti non sono un fatto isolato, individualista, ma vincono se fanno rete, aprendo spazi di opportunità per le altre.

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In Italia, invece, le nostre esponenti politiche si sono troppo spesso fatte la guerra per fare le quote rosa in governi e partiti egemonizzati da maschi. Sono state inspiegabilmente fedeli, educate e composte mentre i loro colleghi maschi si spartivano il potere, ardivano trame e le tenevano, con il ricatto della riconoscenza, in un angolo. È ancora presto per giudicare la nuova generazione, ma il timore è che le giovani ripercorrano gli stessi errori di chi le ha precedute. Essere ragazze troppo diligenti non paga. Basta guardare l’esempio di Virginia Raggi a Roma. Una sindaca eletta con quasi il 70 percento che deve fare i conti con la supervisione ingombrante del direttorio. Se Raggi fosse un uomo, poi, sono convinto lavorerebbe – da sindaco della prima città italiana eletto con un plebiscito popolare – per lanciare un’OPA sul Movimento Cinque Stelle proponendosi come leader naturale. Come fece Renzi quand’era sindaco di Firenze. Invece temo che né lei, né la brava sindaca di Torino Appendino oseranno sfidare la leadership di Di Maio (anche se è troppo presto per dirlo). Peccato.

Non che negli altri partiti le cose vadano meglio. L’unica che sta facendo un percorso politico interessante è la ministra Boschi, che di fatto gestisce i dossier più importanti del governo. Soltanto il tempo ci dirà se Maria Elena avrà il quid per emergere. Di sicuro, se c’è una lezione da imparare da Clinton, Merkel, May, ma anche da Claire Underwood, è che la leadership femminile – come qualsiasi altra leadership – non cade dall’alto, non nasce nel rivendicazionismo, ma va costruita cinicamente, senza sensi di colpa.

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