Contro il femminismo, per un nuovo femminilismo

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Il femminismo spesso si è tradotto in una riduzione dell'identità al corpo, alla biologia. È ora di rendere più morale la promozione del femminile. Ovunque esso si sia...

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Sono un ragazzo omosessuale e fino a poco tempo fa ero solito definirmi femminista. Di recente però questa definizione è stata messa alla prova da incontri e circostanze sconfortanti: ho avuto modo di prendere atto che il femminile per cui mi batto non abita necessariamente nei corpi di donna e che le donne possono promuovere invece valori e atteggiamenti tipici del machismo e del patriarcato. D’ora in avanti, mi sono ripromesso, cercherò di ricordarmi che maschile e femminile sono due grandi ambiti valoriali, difficili da specificare ma spesso facili da riconoscere quando li si incontra in gesti, scelte, opinioni. Le donne possono ricorre alla violenza psicologica, possono cercare di mettere paura, di zittire e perseguitare, proprio secondo quegli stessi schemi che nella storia hanno molte volte dovuto subire. Soprattutto quando fanno gruppo, quando si trincerano dietro a ideologie iper-sedimentate e perciò accecate da un rancore antico e spietato. L’idea che cerco di difendere in questo articolo è che troppo spesso il femminismo sia stato praticato con un attaccamento alla biologia, al fatto di avere un corpo biologicamente da donna. Una prospettiva assolutamente insufficiente ormai per la contemporaneità.

MASCHILE E FEMMINILE OLTRE IL CORPO

Mi è capitato qualche tempo fa di entrare alla storica Libreria delle Donne di Milano, in via Pietro Calvi. Come ho messo piede dentro mi sono sentito investito da un gelo che mi ha spiazzato. Quelle donne non volevano un maschio lì dentro. Mi hanno trattato bruscamente, dietro alle loro parole c’era un grande “questo non ti riguarda”. È un piccolo esempio del temperamento di una buona parte del femminismo storico, perlomeno in Italia. Credo allora sia arrivato il tempo di promuovere il femminile inteso come un insieme di valori e significati e simboli, un riferimento ideale che può essere più o meno rappresentato dalle donne. Questi valori, queste inclinazioni sono quelli che nella storia spesso hanno perso, sono stati e sono ancora oggi in minoranza. Cura, vulnerabilità, libera espressione delle emozioni, accoglienza, senso della differenza e della relazione: i valori del femminile sono i valori per eccellenza minoritari, residuali, sotterranei. Definirli – dire cosa sia il “maschile” e cosa il “femminile” – non è scontato, ma certo è che nel nostro modo di parlare e pensare noi facciamo uso quotidianamente di questi due grandi poli valoriali, estetici, simbolici. Le esistenze delle persone sono segnate profondamente da queste due grandi, e a volte ingombranti, presenze. Il sospetto è che, essendo questa distinzione difficile da tracciar con precisione, essa sia stata occultata e che il femminismo storico si sia occupato di uomini e donne sulla base della mera appartenenza genitale. Si tratta di ricercare allora una prospettiva che permetta di “tener dentro” anche il femminile quando si presenta incarnato in corpi diversi da quello delle donne biologiche. Omosessuali, transessuali, intersessuali, crossdresser ma anche uomini eterosessuali: molte sono le identità che possono e devono fronte comune non contro gli uomini, ma contro i valori del patriarcato, del machismo. Bisogna insomma evitare di difendere una prospettiva in cui si promuove la donna in quanto mera determinazione biologica.

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SUL MACHISMO DELLE DONNE

Ci sono donne che – consapevolmente o inconsapevolmente – incarnano con il loro comportamento i valori maschilisti e patriarcali. È il caso, ad esempio, delle donne eterosessuali quando si auto interpretano secondo i valori dominanti, ma anche delle donne lesbiche quando ambiscono a valori, atteggiamenti, modi di fare maschili, virili. Più volte mi è capitato di essere aggredito da ragazze e donne lesbiche, e in quelle occasioni mi sono sentito travolto da una violenza frutto di una fascinazione per lo stile patriarcale e repressivo di condurre i rapporti e il confronto con l’altro. Una donna che pratica i valori tipici del maschilismo non può essere un modello di femminismo. Anche se ha l’utero. L’alternativa sarebbe ammettere che si tratta di pura e semplice difesa dell’appartenenza biologica, un piano quindi non qualificato moralmente. Il mio intento è invece proprio quello di portare ad un livello pienamente morale la difesa del femminile. Esistono casi – che ho sperimentato in prima persona – di discriminazione da parte delle femministe nei confronti degli uomini, anche se omosessuali e quindi estranei alla cultura e ai benefici del maschilismo. Per certe femministe, soprattutto vecchia maniera, gli uomini, sebbene omosessuali, son nemici. E questo è profondamente sbagliato e ingiusto.

UNA NUOVA PAROLA: IL “FEMMINILISMO”

Io preferisco pensare esista una sorta di piano trasversale – mi si perdoni questa sorta di slancio metafisico – che attraversa i corpi, le forme della cultura, le relazioni. Propongo allora una nuova parola: femminil-ismo, un neologismo che indichi la promozione e la lotta per il femminile, un insieme di significati e attitudini che certo molto spesso nella storia è stato incarnato dalle donne ma che oggi deve essere liberato dalla morsa della biologia. Sarebbe il caso di provare a introdurre questo nuovo termine – femminilismo, femminilista: io mi dichiarerò femminilista, per smarcarmi ad un tempo dalle femministe imbevute di patriarcato e incapaci di reggere le sfide della contemporaneità, continuando rivendicare la differenza valoriale che mi è cara. Il femminismo ha forse fatto il suo tempo, soprattutto nei nostri Paesi più o meno civili. Promuoviamo i valori femminili indipendentemente dal corpo che li esprime. È peraltro assai interessante il fatto che una delle prime origini del termine “femminismo” si trovi all’interno della letteratura medica francese, in cui veniva usato per riferirsi ad un indebolimento del corpo maschile. Il femminismo – o femminilismo, come appunto preferirei si dicesse – appare già all’inizio come scandalosa contaminazione, come presenza del femminile in un corpo in cui non avrebbe dovuto esserci.

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