Intervista a Federica Bosco: “Vi insegno come dimenticare uno str*nzo”

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Ex da dimenticare? Fidanzati da lasciare? Ecco dritte e consigli utili di una che di cuori rotti e non se ne intende davvero tanto.

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Tutte le storie di merda cominciano con un “eppure, all’inizio, non mi piaceva nemmeno.” E questo, la scrittrice Federica Bosco, lo sa benissimo. Infatti, da martedì 20 settembre, a meno di un anno dalla sua ultima fatica letteraria, uscirà per Mondadori Dimenticare uno Stronzo, il metodo detox in 3 settimane. «Il libro è rivolto a tutti coloro che hanno toccato il fondo e che non riescono ad uscire dalla trappola autodistruttiva delle emozioni sull’ottovolante, ma che hanno deciso di farcela e di riappropriarsi della propria vita» mi confida l’esperta number one di cuori rotti e non, e aggiunge: «Il cervello è un organo curioso. Fa di tutto per provare piacere e poco gli importa se questo piacere ci porterà alla rovina. Ci vogliono 15 giorni per creare un nuovo percorso neuronale, cioè una nuova abitudine, che vada a sostituire quella vecchia e, una volta creata la nuova abitudine, dovremo ripeterla un numero sufficiente di volte perché essa si stabilisca e si rafforzi». E, al grido di “le dipendenze non sono malattie, ma pessime abitudini“, la scrittrice amatissima dal pubblico LGBT parla anche di Grindr, Tinder, di Facebook, delle coppie aperte e dell’importanza di non guardare (mai) il cellulare dell’altro.

Cominciamo a capirci qualcosina: quanti stronzi hai incontrato in vita tua?

Ne ho incontrati diversi, ma diciamoci la verità: era già chiarissimo dall’inizio che soggetti fossero. Il problema è l’ importanza che gli ho dato io e quanto ci sono stata male; un tempo sproporzionatamente lungo che rimpiango amaramente. E’ il mio atteggiamento dipendente e la mia sindrome dell’abbandono che ho dovuto risolvere, per smettere di innamorarmi degli stronzi.

Ma chi sono gli stronzi?

Sono tutti quelli che ci prendono in giro, che non ci vogliono realmente. Sono quelli che ci chiamano solo quando hanno voglia, sono quelli che ci umiliano e che ci trattano come se non avessimo importanza. Sono tutti quelli impegnati. Insomma: la lista è lunga..

A chi è rivolta la tua nuova fatica letteraria?

Ho studiato molti testi sul comportamento umano e la biologia del cervello per scrivere questo manuale, perché  la “dipendenza da stronzo”, o dipendenza affettiva come la definiscono gli psicologi, fa parte delle nuove dipendenze. Sto parlando di quelle che non si sviluppano nei confronti di una sostanza come la droga, l’alcol la nicotina o il cibo, ma da un’ abitudine che ci dà piacere come il gioco, lo shopping, lo smartphone o una persona che ci fa provare delle emozioni. Il libro è rivolto a tutte coloro che hanno toccato il fondo e non riescono ad uscire dalla trappola autodistruttiva delle emozioni sull’ottovolante, ma che hanno deciso di farcela e di riappropriarsi della propria vita.  Perché capendo che entrano in gioco sostanze chimiche e una percentuale di genetica, ci rende molto più consapevoli e forti nell’affrontare questa battaglia.

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Ti sei mai fatta un’idea del perché ci si innamori sempre degli stronzi e mai dei bravi ragazzi?

Non ci si innamora degli stronzi. L’amore, per sua natura, è fiducia, tranquillità, condivisione, confronto, trasparenza. Invece, quello che proviamo nei confronti di uno stronzo è una dipendenza, un bisogno di cui pensiamo di non poter far a meno. Ci rendiamo conto del male che ci fa, diciamo a noi stesse che dovremmo smettere, e soprattutto ce lo dicono le nostre amiche, ma continuiamo a buttarci nella lava bollente credendo sia una fresca piscina. Spesso il nostro modo di amare riflette quello che si è vissuto nell’infanzia, genitori molto esigenti o distanti che ci hanno comunicato il messaggio, spesso inconscio, di dover “meritare” il loro affetto e di non andare bene così. Ci hanno persino convinte di non valere abbastanza a prescindere poi dai successi che riusciamo ad ottenere nella vita. Quando si tratta di relazioni, torniamo improvvisamente ad essere bambine e non ci comportiamo più da adulte alla pari, ma diventiamo dipendenti. Se riuscissimo a trattare lo stronzo come ci tratta lui, potrebbe anche essere divertente: avremmo il controllo e prenderemmo solo il buono. Il problema è che proiettiamo su di lui tutte le nostre aspettative e regrediamo a quella prospettiva di bambina bisognosa che spera che, comportandosi bene, verrà amata. E gli diamo un potere immenso che non si merita. La chiave per uscirne è agire in maniera pratica sulla dipendenza, e in maniera psicologica su noi stesse.

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Possibile che bastino davvero tre settimane, come scritto nel tuo libro, per dimenticarsene?

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Il cervello è un organo curioso. Fa di tutto per provare piacere e poco gli importa se questo piacere ci porterà alla rovina. Ogni volta che proviamo un’ emozione, il cervello rilascia dopamina, un oppiaceo che ci fa provare un piacere intenso e immediato: succede con la cioccolata, con l’alcol e con lo shopping.
Qualunque sia la nostra droga d’elezione, quando l’assumiamo diventiamo come una specie di Homer Simpson, dei deficienti assoluti, incapaci di agire, totalmente in balia di quei neurotrasmettitori. E anche se sappiamo perfettamente che ci stiamo distruggendo, crediamo di non poterne fare a meno. Ma non è così. E’ solo una trappola del cervello. Ci vogliono 15 giorni per creare un nuovo percorso neuronale, cioè una nuova abitudine, che vada a sostituire quella vecchia e, una volta creata la nuova abitudine, dovremo ripeterla un numero sufficiente di volte perché essa si stabilisca e si rafforzi. Non è un percorso facile né immediato, ma è l’unico possibile e che funziona. Dimenticarlo poi richiederà un tempo personale per ognuno di noi, ma in tre settimane l’astinenza passa e si vede la luce in fondo al tunnel. Testato.

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