L’opinione di Gianna su maternità surrogata, stepchild e molto altro

Intervistata dal settimanale Grazia, sostiene surrogacy, stepchild e gender pay gap

Il settimanale Grazia ha intervistato Gianna Nannini a Londra, dove l’artista risiede part-time da qualche anno, sui temi legati alla maternità surrogata e alla legge maxi-emendata sulle unioni civili, orfana della stepchild e molto altro.

Gianna arriva all’appuntamento e la stanza si riempie immediatamente di lei, del suo carisma, della sua energia, della sua voce tanto ruvida, quanto sexy. Nonostante risieda a Londra, la cantante più dirompente d’Italia, ha seguito immancabilmente il dibattito degli ultimi mesi, dalla “prima” Cirinnà, al suo smembramento, che ha estromesso dalla legge la stepchild, fino alle polemiche sorte alla nascita del piccolo Tobia Testa Vendola, nato con la maternità surrogata.

Alla domanda “cosa succede secondo lei?“, l’idea della cantante toscana si delinea in modo netto e chiaro. Gianna definisce, infatti, “masturbazioni politiche per arrivare al potere” le polemiche sorte sui fatti di cui sopra e si chiede:

chi sono loro per dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato? Che cosa devo o non devo fare io e chi ha stabilito che la famiglia debba essere composta da un uomo e una donna?

Non commettere crimini è l’unico limite che l’artista riconosce come valido quando si parla di libertà e diritti umani. Sull’esclusione della stepchild adoption aggiunge:

e i diritti del bambino e della bambina dove vanno a finire? Dove se ne va il figlio se il genitore naturale, uomo o donna, muore? All’orfanotrofio??

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Sotto forma di domande, non poteva pronunciare parole più dirette ed esplicite, per riassumere l’inganno della Cirinnà maxi-emendata, proseguendo il discorso sul tremendo surriscaldamento del clima, giunto all’apice con la nascita di Tobia:

Quello di Vendola è un atto d’amore che condivido. La pratica del cosiddetto “utero in affitto” lecita in America o Canada per esempio, è come se fosse una donazione […] e questo va bene, è accettato, è amorevole

e continua: “C’è una pratica che invece è pessima ed è quella dello sfruttamento dell’utero: ci sono coppie che, per poter avere un figlio, vanno in Paesi poverissimi dove donne senza nulla accettano di “dare in affitto” il loro utero. Per soldi. Ciò è aberrante e queste donne vanno difese“.

Essendo lei stessa stata oggetto di numerose critiche (“mi hanno fatta a pezzi“), quando nel 2010 da single cinquantaseienne ha partorito Penelope, Gianna passa poi ad accusare l’ageismo (discriminazione per età) di essere uguale a razzismo e omofobia.

A sua volta, infatti, la cantante di Sei nell’anima ne ha passate tante, dopo il parto di Penelope che, prosegue, non è “sua figlia“, ma “La Figlia“. Una sorta di famiglia allargata sta, infatti, crescendo la bambina dandole amore, come nella cultura Inuit, un piccolo popolo dell’Artico per il quale il concetto di possesso non esiste e che attribuisce un’importanza fondamentale all’educazione dei figli in comunità, pratica che il mondo LGBTQ conosce molto bene.

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L’intervistatrice prosegue poi con domande di approfondimento riguardo all’attuale situazione dell’aborto in Italia, limitato dalla libertà di coscienza dei medici che lo praticano, e relative al “gender pay gap“, la nuova proposta del governo inglese di obbligare le più grandi aziende nazionali a rendere pubblici gli stipendi per eliminare le differenze di retribuzione tra uomini e donne. Gianna si schiera, anche su questo, a favore:

Le donne non si divertono ad abortire […] ma sono io che decido sul mio corpo, dall’aborto alla gravidanza, sono io l’interessata e la responsabile” e infine: “io sarei addirittura per un aumento di stipendio di almeno il 20-30% per le donne che hanno uno o più figli“.

Insomma, Gianna Nannini anche stavolta si schiera con energia dalla parte dei diritti, definendosi libertaria, più che femminista:

Più che l’ingiustizia sociale, è la divisione dei ruoli che mi ha sempre disturbata: io, da sempre, mi sento 110% maschio e al 100% femmina

Essere libertarie significa, ricorda, “rispettare l’alterità“. Non ci poteva essere conclusione più queer per #educarealledifferenze. Buon History tour Gianna e diffondi il più possibile queste idee!