Perché escludere gli uomini dalle manifestazioni femministe è antifemminista

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Le femministe separatiste non hanno capito niente.

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Come certamente saprete per il 26 novembre è prevista a Roma un’importante manifestazione contro la violenza sulle donne, per la quale è stato scelto il nome NON UNA DI MENO. Si parla ormai da settimane e con toni assai accesi del corteo e del modo in cui sarà gestito, soprattutto in relazione al fatto che una parte delle donne che parteciperanno, quelle che vengono definite “femministe separatiste”, hanno chiesto, o meglio, hanno tentato di imporre, l’esclusione degli uomini dal corteo. Le separatiste più “moderate” hanno accettato la presenza degli uomini, ma in coda: “Se proprio ci tengono a esserci vengano, ma si mettano in fondo”. Le reazioni, soprattutto sui social, sono arrivate svelte e rumorose: in molti, in molte hanno ritenuto sessista e discriminatoria questa posizione delle femministe radicali. Rispondere al pregiudizio con un altro pregiudizio non sembra essere esattamente la mossa ideale per fondare una società più sana, giusta e rispettose delle differenze. Provo ad abbozzare qualche argomento a sostegno di questa tesi.

IL CALCO INVERSO DEL PREGIUDIZIO

L’ho appena accennato: in sostanza le femministe separatiste rispondono al pregiudizio e allo stigma maschilista e patriarcale con un analogo, inverso pregiudizio. Pur variandone il segno, riproducono lo schema tossico che opera in ogni discriminazione, in particolare in ogni discriminazione sessista: non si valuta la singola persona, i suoi pregi e difetti, la sua buona volontà o cattiva coscienza, ma la mera appartenenza di genere. Anzi, quel che conta è la sola appartenenza biologica, cioè i genitali. Tu sì, tu no. Hai la vagina? Prego accomodati. Hai il pene? Quella è la porta, o al massimo stai in fondo, che non ti si veda però, per piacere. Tu sei intersex? Boh, non ti contemplo, a me interessa il binarismo vecchia maniera, queste scemenze queer moderne tenetevele per voi. 

LA VIOLENZA DI GENERE RIGUARDA LE DONNE MA NON SOLO

Pensavamo non fosse necessario farlo, ma evidentemente così non è: va chiarito che la violenza patriarcale, maschilista e machista non ha solo le donne biologiche, cisgender, come obiettivo privilegiato, ma storicamente anche i maschi omosessuali – soprattutto se effemminati e quindi riconoscibili – le persone transex e transgender (la violenza e gli omicidi di matrice transfobica sono in costante aumento), i e le crossdresser e ogni altra identità che si trovi a rappresentare una deviazione rispetto al binarismo di genere che alimenta e sostiene la società tradizionale governata dall’uomo eterosessuale bianco sessualmente attivo e dominante. Quindi è cieco, e vien da dire scellerato, non comprendere che il tema è ben più ampio di quel che le femministe separatiste vorrebbero. I soggetti che ho citato (almeno quelli) sono coinvolti tanto quanto le donne e hanno diritto al contempo di essere difesi e di potere affiancare le donne cisgender nella richiesta di maggior protezione. Come ho già scritto in un articolo di qualche settimana fa LEGGI QUA >>> bisogna imparare ad ampliare lo sguardo, sottraendosi alla fissità dualista. Questo è l’unico modo per instaurare una cultura dei diritti e del rispetto. Il corpo ha di certo una sua fondamentale importanza, ma in ogni discorso che riguardi le persone, gli esseri umani viventi, è la cultura – e non la natura – ad avere il sopravvento. In quell’articolo ho infatti proposto una nuova parola, femminilismo, per esprimere come non sia più sufficiente – e anzi in certi casi sia proprio proprio sbagliato – pensare di limitare il discorso sul femminile alle “femmine” biologiche. Penso si tratti di riconoscere che è il femminile in senso lato ad essere perseguitato, attaccato e violato e che il nostro compito è dunque quello di tutelare e promuovere il femminile, e più in generale le identità e i valori altri, anche quando non si trovano incarnati in un corpo di donna. Il fronte è insomma più ampio di quel che le femministe separatiste vorrebbero.

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GLI UOMINI VI SERVONO

Anche volendo accettare la logica binaria e eteronormativa delle femministe radicali, una questione mi sembra assai rilevante. Sembra plausibile ipotizzare infatti che l’obiettivo delle donne che parteciperanno alla manifestazione, femministe separatiste incluse, sia quello di arrivare ad una maggior tutela: più leggi, più iniziative, più prontezza da parte delle forze dell’ordine. Evidentemente per fare questo, cioè per dare una forma migliore, più giusta alla società, è necessario il coinvolgimento degli uomini – eterosessuali, omosessuali, bisessuali. Un coinvolgimento non accessorio, facoltativo. Un coinvolgimento essenziale. E come si può pensare di alimentare questo coinvolgimento sulla base di una discriminazione come quella ipotizzata dalle separatiste? Ogni relazione può funzionare se ci si lega reciprocamente, in un duplice movimento di dare e avere: come si può chiedere supporto per fare leggi, fermare il crimine, soccorrere, tutelare e proteggere a chi si è in precedenza tagliato fuori e pure in malo modo? Certo, a meno che non si intenda perseguire l’obiettivo solo tra donne, escludendo gli uomini anche in tutte le altre sedi e quindi pensando di far cessare la violenza sulle donne facendo agire solo le donne. Se si pretende, com’è giusto che sia, che gli uomini collaborino e sostengano i diritti delle donne, sembra ragionevole che li si includa nel processo democratico di rafforzamento e costruzione del consenso. Altrimenti qualcuno potrebbe sentirsi legittimato a richiedere di non essere chiamato in causa anche in altri contesti, visto che lo si è precedentemente delegittimato.

DONNE CHE PARLANO A DONNE, MENTRE IL MONDO RESTA UGUALE

Insomma, non si capisce francamente quale visione a medio-lungo termine alimenti la scelta delle femministe separatiste. L’obiettivo dovrebbe o no essere che gli uomini – tutti gli uomini – smettano di praticare l’aggressività e la violenza contro le donne, e più in generale di farsi attori spesso inconsapevoli di modelli comportamentali ereditati, mutuati dal piano culturale, ideale e simbolico della tradizione? E se è così, non si dovrebbe sperare che tutti, idealmente, scendano in piazza, passino da quest’altra parte della barricata e che la condanna alla violenza di genere arrivi proprio da parte di quegli uomini che potrebbero compierla? Francamente si fatica a comprendere che progetto sarebbe quello che vuole tutte le donne in piazza e gli uomini a casa, secondo la narrazione delle separatiste, a covare pulsioni violente e femminicide. Mi pare che in questo tipo di atteggiamento ci sia perlopiù la volontà di alimentare una contrapposizione ideologica ed egoica, cieca e disinteressata alla risoluzione del problema. Una contrapposizione che ha finito col frammentare internamente lo stesso fronte delle manifestanti, visto che molte di loro, di una fazione e dell’altra, dai molti annunci che si leggono sui social, stanno rinunciando a partecipare alla manifestazione. La propulsione sessista delle separatiste le ha tradite, come una molotov scoppiata prima del tempo. La furia misandrica è diventata pulsione kamikaze. Altro che non una di meno.

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