METALLO

"Scrivo a te poche righe di metallo. Sarà l’unica cosa a ricordarti me e il mio passaggio in questa casa…" Da una lettrice di Elle, un racconto intimista.

Scrivo a te poche righe di metallo. Sarà l’unica cosa a ricordarti me e il mio passaggio in questa casa quando i pancali della posta col materasso di tua zia e il tavolo Ikea comprato a metà erano gli unici arredi. Bei tempi. Non avevamo la linea telefonica, ci arrangiavamo con un cellulare… ora arrivano bollette che ci prosciugano metà stipendio e ancora litighiamo per chi delle due ha più diritto d’accedere a internet in orario notturno.

Fame. Fame di cose che non ho avuto, non mi hai dato, non ho cercato. Non eri tu, o forse lo sei stata, la donna di una stagione, finita, annullata, sbiadita, incarnata, comunque rimasta dentro.

Finita però. Sì lo giuro com’è vero che ho messo su il caffè un’ora fa e non l’ho ancora bevuto, lo giuro sulla rabbia che ho di voler riprendermi la vita che ho confuso con la tua. Vita. Uscire e raggiungere chi avrà sorrisi per me, chi avrà tempo per le mie lacrime, chi avrà tempo per ridere delle mie storie. T

ieniti "L’insostenibile leggerezza dell’essere", io Thomas ce l’ho dentro sei stata tu il mio Thomas. Tieniti Kundera, internet in notturna, le bollette da panico, i mobili Ikea che si spezzano con un grissino, tieniti foto, lettere, poster, cd, i biglietti del concerto di Fossati, quelli del concerto di Madonna, tieniti le rose che hai fatto seccare come tutto del resto. Non piango.

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Tengo duro mi aggrapperò alle grucce dell’armadio tirando via i miei vestiti, camice, pantaloni, giubbotti, cos’è mio cos’è tuo, mutande nello stesso cassetto stessa taglia, farò che me ne prendo un po’, le prime venti che mi capitano fra le mani. Tengo duro, guarderò dalla finestra la magnolia nel giardino di Beatrice, il cielo come lo si vede da qui che non sarà più lo stesso cielo neanche andassi a vivere su una nuvola.

Piccolo mondo, il nostro, stretto, arroccato all’ultimo piano di un palazzo vecchissimo del centro.

Penso ai baci. Tanti, piccolissimi e leggeri come noi il giorno che ci siamo venute ad abitare in questo buco.

Penso al crocefisso che volevi appendere col ramoscello d’ulivo, penso alla mia arrendevolezza nel dirti sì, penso al giorno che sei arrivata e l’hai tolto per metterci un piccolo canestro e farti qualche lancio nei momenti di stress.

Tutto si è trasformato l’amore e poi il sesso e poi l’affetto e la complicità. Siamo state semplici e complicate e siamo diventate sempre più ingombranti e poi schive e infine inutili a noi stesse e distanti.

Adesso esco.

Preso quello che volevo prendermi, ti lascio il metallo.

Basta nostalgia di ricordi che adesso fanno male, basta tende da tirare, basta sacrosanti numi da bestemmiare per tutte le volte che le cose non erano dove le volevi tu. Basta.

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Ti auguro di filtrare quanto è stato non ora ma un giorno lontano di un futuro che è fuori da quella porta, spero che quel giorno dopo giorni mesi anni di assenza ci guarderemo meno estranee di adesso. Ti auguro di gettare il computer, il cellulare, ti auguro come lo auguro a me di viverti vita vera di persone, sensazioni, odori e visi e canzoni suonate.

Arrivederci a te a quello che sei stata ai grazie che ti ho detto alla voce che avevi al mattino "buongiorno amore", grazie ai ciondoli, al tatuaggio che mi accompagnerà sempre, fatto quando credevo a "x sempre", grazie al cigolare del letto che faceva da controcanto ai nostri respiri, grazie a un passaggio veloce o lunghissimo non so quanto tempo davvero siamo state felici, comunque grazie. Comunque.

di Elle