La mia ossessione per Daria Bignardi

“Ho costruito, negli anni, tutta una mia personale mitologia su Daria Bignardi”.

Daria Bignardi è nata il 14 febbraio. A San Valentino, come i miei gatti. Ho sempre intravisto in questa costellazione di riferimenti – Daria, i gatti, l’amore – un tratto della mia identità. Una triade che delimita un campo, una base, casa.

Daria Bignardi è stata uno dei miei grandi amori adolescenziali. Da Tempi moderni – il suo talk show coi casi umani e i freak della fine degli anni ’90 – in avanti non mi sono perso quasi mai nulla delle cose che ha fatto. In tv, in radio, sulla carta stampata. Mi sono formato sentimentalmente sui suoi editoriali su Vanity Fair. Sono stato ossessionato dalla sua figura: al liceo i miei compagni presero a regalarmi magliette con la sua faccia e con scritte personalizzate ad hoc “I love Daria Bignardi”, coi cuori e certi omini tipo Keith Hering in festa. Facebook ogni tanto me le ripropone: alcune foto dell’ultimo anno della scuola, in cui me ne vado in giro con queste t-shirt customizzate. Guardavo i suoi programmi, la seguivo a radio Deejay – la storica Mezz’ora D’aria, andavo alle presentazioni dei libri, le ho scritto mail e messaggi su Facebook a cui ovviamente, come in ogni amore adolescenziale che si rispetti, non ha mai risposto.

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DARIA E I LIBRI

Ho vissuto per anni all’ombra dei suoi consigli letterari. Leggevo tutti e soli i libri che settimanalmente lei consigliava. Ero tormentato dal fatto che lei, Daria, fosse una specie di macchina da lettura: pare legga velocissima, che divori i libri in una sola notte. Nelle interviste spesso raccontava e racconta di questa infanzia sommersa tra i libri. Lei bambina e poi ragazza, sepolta viva sotto cumuli di romanzi. Ha letto tutti i classici prima di arrivare alla maggiore età, ha letto i best seller prima che diventassero tali, ha letto tutto prima di tutti: “Quando ero piccola per classificare i libri gli davo i bacini: se mi piaceva tre bacini, se mi piaceva poco un solo bacino”.

Ha letto tutto ma parlando del suo rapporto con la lettura spesso ha rivendicato anche un certo scazzo, una certa sprezzatura da vera protohipster: spesso lascia i libri a metà, salta le pagine. Fa quello che vuole. Col suo filo di spocchia indossato al posto di quello di perle, Daria rivendica la sua bulimia di lettrice: legge centinaia di pagine in una sera, in un volo Milano Londra legge tomi interni. Deve recensire un romanzo? Lo legge dopo cena e al mattino è pronta per parlarne. La mia carriera scolastica e il mio modo di studiare, di leggere e scrivere sono stati influenzati dall’entusiasmo per tutto ciò. A un certo punto, quando ho sentito che nella vita altro non avrei potuto fare che stare tra le parole, leggere e scrivere, Daria Bignardi è diventata il mio avatar nel sistema editoriale e televisivo italiano, quella che mi ero scelto, la mia rappresentate, la mia estensione ideale. Una stella polare, la mia mammina mediatica.

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Ho costruito tutta una mia personale mitologia su Daria Bignardi. Sui suoi outfit, sulle cose che ha letto e che ha scritto, sulle sue relazioni sentimentali, sui suoi figli, sulle scuole che ha fatto e non ha fatto, sulle sue vacanze. Sì, pure sulle vacanze: quando ho saputo che d’estate, almeno anni fa, andava spesso alle Eolie, presi ad immaginarmela, a piedi nudi, al mattino all’alba, andare a raccogliere fragoline di bosco, prima di mettersi a leggere i romanzieri russi (in un’intervista una volta annunciò di avere in programma per le vacanze – due settimane – la rilettura di tutto Tolstoj). Anche se, in tutta questa dedizione – momento verità – i libri che scrive non ho ancora capito se mi piacciono o no. Sul primo non ho dubbi: Non vi lascerò orfani è un gran bel libro. Sa di Natalia Ginzburg, di famiglia vera. Un libro ispirato. È potente, a tratti straziante. L’ha scritto subito dopo la morte della madre. Invece gli altri quattro venuti dopo a tratti mi sembrano telefonati, a tratti retorici.

DARIA E LA TV

Daria Bignardi è la cosa migliore della televisione italiana degli ultimi 20 anni. Ha inventato un nuovo modo di essere giornalisti in Italia, di raccontare in televisione. Uno stile in parte mutuato dai programmi americani ma in parte pure legato al suo modo di essere. Uno stile che accosta alto e basso, seguendo la sola regola della curiosità e della forza narrativa. Uno stile femminile ma non stucchevole, un po’ autoritario e un po’ supponente, uno stile che ha fatto scuola, senza però aver generato eredi.

Per un saggio concreto di tutto ciò si recuperino le prime stagioni del suo programma su La 7: le prime edizioni delle Invasioni barbariche sono infatti il bignardismo al suo climax. Tutto un autocompiacimento dato dall’accostare, chessò, il servizio sulla micro comunità religiosa alpina, la testimonianza della trans ex padre di famiglia, la scrittrice raffinatissima che pubblica con Adelphi e Dolce e Gabbana. Tutto un sali e scendi culturale che per uno come me, cresciuto nel bronx dell’hinterland milanese leggendo Emily Brönte e Tv Sorrisi e Canzoni, Max Scheler e la biografia di Lady Diana, era semplicemente perfetto, godibilissimo, a tratti pure commovente.

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Daria Bignardi è per tutto questo e per altro ancora una mezza icona gay. E lo si capiva andando a fare il pubblico nelle sue trasmissioni, cosa che ho fatto per anni. Per me andare ad assistere live alle Invasioni era più emozionante che andare a un concerto. Mi prenotavo e aspettavo il giorno della diretta come un neofita aspetta la conversione, come l’amante attende il ritorno dell’amato.  La prima volta che ci sono andato le ho pure portato dei fiori. Ci andavo con le persone a cui tenevo di più. E ci restavo male se a una certa iniziavano a scoglionarsi perché il programma durava troppo o le interviste erano oggettivamente una palla. Soprattutto viste da lì, dagli spalti dello studio, con un’acustica imperfetta e vedendo Daria e l’ospite solo da dietro. Vedendo le loro nuche e al massimo le scarpe, senza che ci si potesse muovere, per tre ore buone. Pure andare al cesso era vietato. Ma il mio amore era incondizionato, inscalfibile. Avrei voluto che tutti la amassero come la amavo io, con la tensione della novizia a messa.

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Ora che è direttrice di Raitre seguo compulsivamente ciò che succede sulla rete. Ho guardato in streaming interviste e presentazioni del palinsesto autunnale, la difendo con le unghie e coi denti sui social quando le danno contro per le scelte e i cambiamenti che sta apportando allo status quo vetusto che regnava sulla rete culturale del servizio pubblico. Potendo non farei altro da qui a giugno: prenderei dimora sul divano, davanti alla tele e guarderei mattino pomeriggio e sera la terza rete Rai. Volo con la mente a questo paradiso catodico che purtroppo non potrò raggiungere: m’immergermi nelle sue decisioni, nelle nuove scenografie volute per i programmi, nei cambi di conduzione, in questo tasso di innovazione del 43 virgola qualcosa percento che Daria sbandiera fiera, da vera prima della classe, ogni volta che le si chiede del nuovo corso della rete.

IL RADICAL CHIC, GLI HATERS, L’AMORE ASSOLUTO

Daria sta antipatica a tanti. Ora che è direttrice di Raitre poi, più che mai. In questo paese essere una donna di successo, si sa, è molto pericoloso. Devi per forza essere qualcos’altro oltre che di successo: di successo e troia, di successo e inchiavabile, di successo e scema. A Daria non è neanche andata così male: è stata per anni l’icona del radical chic, titolo che le è stato affibbiato appunto per caratterizzarla ovvero renderla “di genere”.

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I suoi critici più aggressivi sono quelli che hanno un qualche tipo di velleità intellettuale. Quelli che la sanno lunga, che ascoltano solo compositori balcanici, guardano solo filmografia orientale anni ’40, che in ogni frase scritta ovvero postata inseriscono almeno due o tre termini anglofoni – meglio se mutuati da quella terra di mezzo che incrocia nuovo marketing, social management e retaggi universitari. Quelli che in tv dicono ‘al massimo guardo i documentari, ma neanche’. Quelli che il pop non sanno neanche dove sta di casa e se ne vantano. Più volte ho rischiato la crisi diplomatica ammettendo in pubblico il mio amore per lei. Son finito a discutere, come spesso succede quando si dichiara la propria passione per donne arrivate ai vertici, della cultura, della politica, della fama.

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Ho amato e amo Daria Bignardi per il suo modo di parlare delle cose, un modo in cui l’effetto che le cose ti fanno ha il sopravvento, in cui si può essere emotivi e finanche struggenti senza bisogno di sfoderare titoli e citazioni, come spesso i maschi devono fare. E non perché non si abbiano in tasca, da sfoderare, volendo titoli e citazioni, ma perché c’è un piano più comune, più popolare, che rende la discussione in qualche modo più universale e forse pure più appassionante. Daria Bignardi ha rappresentato e rappresenta, una variante tutta femminile di maneggiare la comunicazione, per la quale non tutto può essere spiegato e la parola non può che tener conto sempre del margine di mistero e di inspiegabile che ci circonda. Daria Bignardi spesso ha rivendicato un culto per i morti, una fascinazione, un’attrazione per le vite di chi non c’è più. Un culto non tetro ma vivo, appassionato, perché tutto ciò che si sottrae, che smette di essere presente finisce nel mondo delle cose assolute. Le figure dell’assenza sono in realtà molto presenti. Questa è una delle cifre essenziali della mia Daria Bignardi, ci credete?

Jonathan Bazzi

8 commenti su “La mia ossessione per Daria Bignardi

  1. Daria Bignardi è sempre piaciuta molto anche a me. Ricordo una sua magnifica intervista barbarica a una coppia gay con tre figli avuti grazie alla surrogazione (il video integrale si può vedere a questo link: goo.gl/jI9AWl ). Di recente non mi è piaciuto il fatto che appena divenuta direttrice di rai tre abbia ristretto la libertà di vestirsi delle donne della rete, ad ogni modo come conduttrice trovo sia stata una delle più friendly e aperte di mente.

  2. Anni fa ho avuto la ventura di averla seduta davanti a me con tanto di consorte in un cinema di corso vercelli a milano (di cui ricordo solo che c’erano le scale mobili) per la proiezione di niente meno che “I segreti di Brokeback Mountain”. A parte che quando è arrivata ho semplicemente alzato lo sguardo dal libro che stavo leggendo per ricevere un’occhiataccia del tipo “se ti azzardi a rivolgermi la parola anche solo per dirmi che mi è caduto qualcosa ti decapito!”, poi è stato un casino allucinante per tutta la durata del film di loro che ciancicavano, sgranocchiavano e usavano I cellulari in continuazione, tra l’altro coprendomi la visuale dello schermo perché si erano praticamente sdraiati sulle poltroncine (che solo a ripensarci mi fa male la cervicale) con le ginocchia piantate negli schienali di quelle davanti, e quindi per leggere gli sms tenevano i telefoni luminosi alzati neanche fossero ad un concerto… Alché ogni volta che in tv la vedevo scagliarsi contro il divieto ai minori di 14 anni che impedisce tutt’ora la messa in onda integrale in prima serata del film di Ang Lee pensavo “sì Daria, perché tu lo conosci a memoria vero?” L’unico momento in cui l’ho come dire “riconosciuta”, è stato durante l’intervallo: la sua testa è emersa dallo schienale della poltroncina per sbirciare il titolo del libro che nel frattempo avevo ripreso a leggere (“Annunciazione” di Laura Bosio) e pareva esserle piaciuto tanto da dirlo anche al marito. Ancora anni prima quest’incontro, una persona che la conosce mi ha detto che una volta stavano giocando a lettere, persone, fiori, animali etc. e alla lettera “T” dovevano dire il nome di “una persona buona”. La sua risposta è stata “Tondelli”; perché Tondelli? “Perché lui era davvero una persona buona”.

      1. Venerdì 21 Aprile 2017
        Fieramilano Rho – Tempo di Libri
        18.30 — Sala Tahoma – PAD. 4
        La tregua
        Mario Benedetti. Presenti/Assenti – Storie
        di successo dopo il decesso
        Daria Bignardi e Francesco Piccolo

  3. “Ho deciso di darvela in pasto”? Ma per chi ci hai presi? Per povere bestie alle quali buttare di tanto in tanto parole prive di senso? Ma soprattutto… chi ti credi di essere? Se vuoi essere come Daria Bignardi (un’altra stronza, snob, autoreferenziale) di strada ne devi fare ancora un po’. Vorrei dirti che sei sulla buona strada ma proprio non riesco a mentire.

    Quindi grazie per il pasto ma te lo puoi tenere.

  4. Ancora ricordo quando la vidi alla presentazione di un libro del marito: se ne rimase un’ora e mezza in disparte; poi il marito, concludendo l’incontro, disse: “Dalla faccia annoiata di mia moglie, direi che è giunto il momento di andare a pranzo”. Una grande.

  5. Bell’articolo!!! Comunque, non preoccuparti, non sei da solo! Anche io confesso di avere una mite ossessione per Daria Bignardi… Le ossessioni non sono mai un bene ma, mi viene da scrivere: meglio per lei che per altre che hanno popolato la televisione al suo stesso tempo! 😀

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