Perché non esistono parole specifiche per insultare le lesbiche?

Proviamo a trarre qualcosa di buono dallo hate speech. Perché le parole spesso rivelano più di quel che sembra.

Il rapporto tra le parole e le cose è spesso rivelatorio. Le parole non si limitano semplicemente – come un po’ tutti il più delle volte crediamo – a riferire o descrivere aspetti della realtà che già c’è: spesso la presenza (o l’assenza) di una parola, o di un certo gruppo di parole, ci parla di atteggiamenti, mentalità, posture valoriali che trovano o non trovano espressione all’interno di un certo gruppo sociale, di una comunità.

Un regno linguistico importante – per quanto spesso in senso negativo, perché doloroso – per tutte le persone LGBT, è quello del cosiddetto hate speech, ovvero degli insulti rivolti contro l’appartenenza di genere, la stigmatizzazione identitaria verbale che colpisce la persona sulla base dell’orientamento sessuale o, ben più spesso, della sua manifestazione estetica di genere.

Ebbene, tra i tanti discorsi che si possono fare e si fanno su questo genere di uso del linguaggio, uno particolarmente interessante è quello della differenza tra gli insulti per i gay e quelli per le lesbiche. Le parole per insultare i maschi omosessuali sono tante, antiche, stratificate nel tempo. Esistono addirittura termini diversi a seconda delle varie regioni di Italia (LEGGI ANCHE >>> Culattone, checca, finocchio e gli altri: origine e storia degli insulti contro i gay), per le lesbiche invece la situazione è assai diversa. Provando infatti un po’ a pensare agli insulti attribuibili alle donne che amano le donne, gli esempi che vengono in mente non sono molti. Anzi non sembra di esagerare nel dire che non esiste alcuna parola specifica. Come mai? Cosa segnala questo vuoto? Probabilmente non è casuale.

Ti suggeriamo anche  Torino, gli scrivono "Fr*cio" sull'auto, ragazzo gay risponde su Facebook

Un documentario di qualche anno fa – Le lesbiche non esistono, realizzato da Laura Landi e Giovanna Selis – interpretava questa “mancanza” di insulti per le donne omosessuali di fatto come la prova tangibile di una scarsa considerazione diffusa, una sorta di attestato di “livello di esistenza inferiore”, o addirittura di non-esistenza. La mancanza di parole specifiche, inventate o mutuate da ambiti diversi (come è accaduto per i gay) può effettivamente essere intesa come una forma di rimozione o censura radicale. Non ti chiamo, non ti nomino, perché non esisti. Non vali niente. Addirittura c’è chi ipotizza che in questa manca di insulti segnali di fatto un trattamento peggiore di quello riservato agli omosessuali maschi.

L’idea della mancanza di insulti come sintomi di disinteresse è certamente una possibile risposta. Ma c’è solo questo dietro la mancanza di parole specifiche per insultare le lesbiche oppure è possibile che ci sia anche dell’altro? Abbiamo provato a chiederlo a quattro donne lesbiche – Sara, Michela, Tiziana e Lucia – partendo proprio dagli insulti che più spesso si sono sentite rivolgere.

Il primo parere che abbiamo raccolto è quello di Sara, che di fatto conferma la nostra prima impressione: “Fortunatamente non mi hanno mai insultata” ci dice, “ma la cosa che più spesso ho sentito è stata “lesbica di merda”. Quindi non termini specifici, ma la semplice ripresa al negativo dell’unica parola a disposizione: lesbica. Michela invece introduce un aspetto fondamentale, quello della dominanza del punto di vista maschile, maschilista: “Gli insulti sono che siamo frigide e che non ci piace il cazzo, che siamo lesbiche per scelta degli uomini ovvero perché siamo brutte, che siamo maschiacci e siamo lesbiche per volere degli altri, nel senso che nessun uomo sarebbe venuto con noi”. Tiziana invece racconta che gli insulti che le è capitato di sentire sono: “uomo mancato, lesbica di merda, peccato Hitler non esista più, invertita, frocia”. Lucia dice una cosa certamente vera quando sottolinea che: “La parola “lesbica” stessa può non essere usata solo come la rivendicazione identitaria ma come insulto. Una volta in un bar però ho sentito un “brutta lesbica, ciucciafiga”, negli anni Ottanta”. 

Il tema sembra concreto: sicuramente le lesbiche possono essere insultate, ma un lessico specifico parrebbe proprio mancare. Cosa rileva quella che si conferma come un’assenza? Perché mancano parole ad hoc per denigrare le lesbiche? Secondo Sara: “Non esistono insulti ad hoc perché la società è talmente maschilista che per molto tempo ha fatto finta che le lesbiche non esistessero. Lucia invece pensa: “Che essere considerata una non-ancora educata al reame dei colpi di cazzo dei Trump locali sia per taluni un’onta, per altre una speranza ineffabile, mentre tutto congiura a tacere di noi”. Michela torna giustamente sull’aspetto della dominanza del maschile: “Non saprei dire veramente il perché. Probabilmente l’insulto gay richiama il fatto di essere debole, femminile, appunto. Invece insultare una donna per mancata femminilità è più difficile. Oltre al fatto che gli uomini hanno delle lesbiche un immaginario legato alla pornografia e quindi hanno una serie di fantasie diciamo piacevoli. Siamo anche un “sogno erotico”. 

Paradossalmente la mancanza di insulti verso le lesbiche potrebbe segnalare allora una minor gravità dal punto di vista della società, ovvero in definitiva del maschio eterosessuale. Se infatti l’uomo gay viola e denigra i parametri dell’identità maschile e per questo va riconosciuto, bersagliato, distrutto, la donna lesbica – per quanto sia da sanzionare comunque, soprattutto se non è abbastanza femminile – può suscitare le fantasie virili e quindi rappresenta un pericolo potenzialmente intrigante. Come conferma anche Tiziana: “Non esistono insulti per le ragazze lesbiche perché l’immaginario collettivo, influenzato certamente da una serie di fattori, specialmente una visione fortemente maschilista (e per maschilista intendo ‘il maschio alfa’) della società, crede che le lesbiche non esistano o semplicemente le si immagina come le attrici che compaiono nei porno“.

Questo discorso va ovviamente preso con le pinze. L’omofobia ha tanti volti e certo gli insulti non li esauriscono tutti: rivelano qualcosa ma non sono sufficienti a comporre una diagnosi dei mali della società. Gli insulti non sono tutto, come giustamente ci ricorda Lucia, sebbene siano un dispositivo utile da osservare: “Esistono marginalizzazioni e invisibilità peggiori degli insulti, ma gli “sfigata, prendi del cazzo!” credo siano molto usati nei contesti del ragazzame bullo dalle medie ai licei. O dei  padri armati di fucile o delle madri desiderose di terapie riparative e inclini al “sei la vergogna della Famiglia”, anche se magari la famiglia è quella del Padrino”.