Perle contro salopette: quando le lesbo chic odiano le butch

Scoprire che “non sono solo i gay maschi a discriminare, separare, catalogare e schifare” potrebbe sembrare rassicurante, se non fosse che siamo circondati tutti dallo stesso mare di intolleranza.

La festa è organizzata da uno di quelli che se non fossi lì in qualità di imbucato, non mi inviterebbe neppure sotto minaccia di vita. Un folta schiera di gay per bene, con la polo pastello, il mocassino di Tod’s. Sono di quelli che dicono "accidenti" invece di "cazzo", bevono poco e solo prosecco, mettono le corna ma con garbo, votano a sinistra ma lo portano a destra. Molti di loro hanno più cognomi sulla carta d’identità che denti in bocca.

Qualcuno mi riconosce e mi saluta con un "ah, anche tu qui", mettendo alla fine della frase un punto esclamativo con pesanti influenze interrogative.

Tracanno gin, mi sento fuori posto e cerco di evitare il padrone di casa per non aggiungere ulteriore imbarazzo nel caso mi dovesse chiedere "chi diamine sono".

Me ne sto quindi in un angolo con il mio amico-gancio, lui sì ben introdotto, che mi racconta tutto di molti. Poi, il tempo si ferma, la musica si abbassa senza che nessuno abbia toccato il volume. Tutti i nostri movimenti sembrano procedere al rallenty attribuendo a quel momento un’innaturale solennità. La porta di casa si apre e dal bagliore che ne entra si stagliano contro luce cinque sagome altere ed eleganti che varcano la soglia dirigendosi verso il salone fendendo la calca che devotamente si apre come il Mar Rosso al passaggio del popolo eletto.

È la prima volta che mi capita di vederle dal vivo. Finora ne ho sempre e solo sentito parlare con l’ammirazione e la devozione con la quale si descriverebbe un esperimento eugenetico che ha saputo unire i corpi aggraziati della squadra nazionale di ginnastica ritmica agli impianti neuronali del cervello di Margherita Hack. Ibridi rari e purissimi, pietre filosofali del mondo omosessuale. Le arabe fenici di cui si favoleggia, che nessuno ha mai visto ma che alcuni però sono pronti a giurare che esistano sulla testa dei loro carlini: sono al cospetto di un gruppo di lesbo chic.

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Sono belle, sorridenti, eleganti, griffate, altere, truccate e imparruccate e non solo vengono omaggiate da molti degli invitati ma persino il festeggiato gli saltella incontro, grato della loro presenza.

"Belle vero?", mi fa il mio amico. "Tu lo diresti che sono lesbiche?". Come se non sembrarlo fosse un valore da portare in trionfo.

Il mio conoscente e le lesbo chic si salutano. Le conosce. Sono amici. Mi introduce.

"Siete troppo belle", le adula ancora il mio amico come un cicisbeo del ‘700. "Davvero! Non sembrate neppure lesbiche!". E dai, ancora con questa storia.

Iniziamo a chiacchierare e non so come, si inizia a parlare dell’ambiente lesbico romano. Dopo il calcio è forse l’argomento che mi interessa meno al mondo ma sto lì a sentirle lamentarsi di come sia difficile trovare delle lesbiche come loro. Come loro, come? "Beh a noi piace essere femminili, non ci vestiamo da maschi". Parla una ma interpreta i sentimenti di tutte dando ancora di più un senso di comunità coesa e inespugnabile. "Io mi vergogno quando vedo le ‘camioniste’. Mi dà un fastidio pensare che poi la gente pensi che siamo tutte così", fa una di loro, ed è talmente concitata nel dirlo che quasi posso vederle gonfiarsi le vene sul collo. Un’altra interviene e le dà manforte: "siamo davvero poche così. E per trovare una fidanzata come noi non sapete quanto sia difficile. Io non potrei mai andare a letto con una con i capelli rasati e che veste salopette". Il clan si aizza a vicenda.

Ognuna dice la sua con la sicumera di chi sa di avere l’approvazione del pubblico: "Io senza fare la ceretta non uscirei neppure di casa invece quelle non la fanno da quando sono nate!". Ridono. A tratti mi pare di cogliere lo stesso disgusto che dei coloni della Louisiana avrebbero potuto provare parlando dei loro schiavi negri. Il disprezzo verso le "altre" è forte, evidente, fastidioso. Annuisco alle loro affermazioni fingendo comprensione e mentre le vedo così compiaciute del loro essere così "NOI", non posso non pensare che saranno pure delle belle ragazze, sogno di tutte le madri e di ogni società che ci verrebbe diversi eppure "regolari", ma in realtà sono davvero delle grandi stronze. Un po’ meschinamente, mi conforta sapere che non sono solo i gay maschi a discriminare, separare, catalogare e schifare. Ma anche tra loro, anche tra le lesbiche ce ne sono alcune afflitte dallo stesso morbo idiota che porta a credere che "noi" significa essere meglio di "voi" senza considerare che siamo tutti sulla stessa zattera circondata da un mare di odio e intolleranza.

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Mi discosto dalla piccola corte per rabboccare il mio bicchiere vuoto e affondo la mano nel vaso dei salatini (credo di essere tra i pochi al mondo a preferirli a qualsiasi altro snack da festa) e da lontano me le guardo.

Se ne stanno lì, assise, componendo un tableau vivant che sembrava voler far rivivere i fasti della corte reale spagnola raccontata da Goya: quattro di loro sedute sul divano e  altre due a cornice, sui braccioli. In mano sorreggono con grazia i loro flut di prosecco che ogni tanto appoggiano alle labbra spalmate di rossetto, emanando un crisma divino da unte di Artemide. Loro, così femminili, così diverse tra i diversi, così genuinamente disgustate all’idea di un fato beffardo che le ha ricacciate comunque nella stessa categoria delle detestate camioniste.

Ma mie care lesbo chic, lasciate che vi dica che per quanti giri facciate fare alle perle intorno ai vostri colli profumati da Chanel, per quanto non usiate pantaloni neppure in palestra, nonostante la costanza di far crescere i capelli riponendo settimanalmente la loro cura nelle mani dei più celebri coiffeur della Capitale e abbiate una trousse debordante di trucchi più di quella di una ballerina del Cirque du Soleil, alla fine del giorno, anche se a luci soffuse, con la musica giusta, le lenzuola di raso e la vestaglia de La Perla, la vostra lingua finisce sempre tra le gambe di una donna. Proprio come tutte le altre.

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