Le madri snaturate: storie di donne pentite di aver avuto figli

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Una sociologa isreaelina racconta storie di donne che vorrebbero tornare indietro. Perché l'istinto materno è una cosa molto più complicata di quello che ci insegnano.

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Essere madri non è naturale. L’istinto materno non è un correlato certo del corpo femminile. Può non arrivare, neanche dopo la gravidanza. O comunque può non bastare, può non essere sufficiente per accettare il peso dell’essere madre. È questo che emerge dalle tante storie di madri pentite che stanno circolando in questi ultimi mesi. Di fatto tutto nasce come un caso editoriale: il tema della maternità sbagliata, rifiutata è stato portato al centro del dibattito internazionale dal libro della sociologa israeliana Orna Donath, Regretting Motherhood, da poco tradotto e pubblicato anche in Spagna con il titolo Madres Arrepentidas (“madri pentite”). La ricerca ha attirato l’attenzione della stampa e dei commentatori spagnoli, con articoli apparsi negli ultimi tempi su testate importanti come El País e Vogue. Il lavoro della sociologa è stato realizzato intervistando 23 donne, e raccoglie testimonianze fatte anche di frasi molto forti, come: “se tornassi indietro non lo farei più”, “già quando ero incinta sapevo che me ne sarei pentita”, “appena è nato ho subito capito che ero di fronte a una catastrofe”.

La rivista pagina99 ha provato a riflettere su questo stesso tema provando a sondare la situazione nel nostro Paese. Una serie di interviste, attraversando le quali emerge il senso della complessità e della non ovvietà del ruolo della madre, a maggior ragione oggi, nel 2016.

Ad esempio, Chiara ha 42 anni, è milanese, fa la grafica e l’illustratrice freelance e dice: “è ora di parlare di come si sentono davvero certe donne”. Non ci gira attorno Chiara: Detesto la maternità, il senso di colpa perenne che ti fanno provare per non essere abbastanza presente, l’idea che tuo figlio debba venire prima di te, sempre e comunque. Non sono mai rientrata nello stereotipo della mamma perfetta, ho sempre preteso i miei spazi. Adesso che Giulio ha 19 anni e se ne è andato a vivere con suo padre, mi sono finalmente riappropriata della mia creatività e del mio tempo”.

“Dovremmo smettere di avere remore nel raccontare che cosa proviamo veramente”, dice Valeria, 34 anni, avvocata milanese, una bimba di sei anni. “A volte provo dei sentimenti di violenza verso mia figlia: pur amandola tantissimo, vorrei liberarmene, ma non posso dirlo, perché altrimenti sembrerei un mostro. Quello materno è un amore complesso, non lineare, non c’entra con la favola che ti raccontano fin da bambina. Già dal parto la realtà ti stravolge. Provi un dolore inaudito e pensi: come è possibile che siamo arrivati sulla Luna e ancora soffriamo così tanto per riprodurci? Ma in ospedale ti dicono: ti dimenticherai tutto, vedrai, tuo figlio sarà felicità pura”.

C’è uno scarto consistente tra l’immagine retorica della maternità e le storie concrete, reali, delle madri in carne e ossa. Francesca, 38enne insegnante bolognese ha un bimbo di un anno: “Siamo in molte a chiederci se ne sia valsa la pena. Io non ho mai sentito la vocazione, se così possiamo chiamarla, ma poi un giorno ho pensato che forse mi stavo perdendo qualcosa, e così mi sono buttata. Non è che io non voglia bene a mio figlio, lo amo tantissimo, ma anche se ho un marito tutto grava sulle mie spalle, perché io sono la madre.

Un altro tema ricorrente è l’asimmetria tra il ruolo della madre e quello del padre. Il figlio spesso è un’incombenza tutta femminile, anche una volta uscito dalla pancia. Ilaria, 36 anno, ricercatrice, confessa di aver sofferto per “tutto questo peso addosso. Il mio compagno è presente, ma sono soprattutto io a dovermi occupare di lei, perché lui torna tardi la sera. Io sono quella che cerca di conciliare la vita familiare con la carriera ed è così difficile che sto pensando al part-time, pur sapendo bene che sarebbe una sconfitta, perché manderei all’aria tutti gli sforzi che ho fatto. Le rinunce, quando arriva un figlio, sono richieste ancora quasi ed esclusivamente alla madre. La vita del padre non viene – non deve essere – intaccata da un bambino.

Almeno in una buona parte delle testimonianze raccolte dalla sociologa Donath, i sentimenti contraddittori non sembrano inibire o annullare l’amore delle madri: esisterebbe infatti una scissione tra i figli (amati) e la maternità (vissuta male).Tra le cause di questa dissociazione ci sarebbe proprio il fatto che il lead parent, il genitore guida, è ancora considerato dalla società quasi esclusivamente la mamma, anche se lavora fuori casa. È comunque la donna che spesso deve badare alla casa, al cibo, alle faccende pratiche. Secondo l’Eurostat, in Italia le donne dedicano, in media, alla faccende casalinghe e familiari il 200% in più del tempo degli uomini, più di cinque ore al giorno. Il che ci rende ultimi in Europa, dopo la Spagna.

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