Gay contro gay: le minoranze invisibili dentro la comunità LGBT

L’imposizione di significati normativi alle identità LGBT è molto pericolosa perché cancella le differenze.

Ogni volta che appare in TV una persona gay, transessuale o lesbica, sui social si apre l’insopportabile dibattito se essa sia più o meno rappresentativa della popolazione LGBTQ italiana.

Per esempio, recentemente in molti hanno lodato la scelta di Maria De Filippi di mettere un ragazzo omosessuale carino, simpatico, posato, sul trono della sua popolare trasmissione. Nella vulgata comune il “tronista” è stato definito un gay “normale” che, finalmente, non “ostenta” la propria omosessualità. Buon per lui. Qualche anno fa invece sempre in un programma popolare italiano, un opinionista molto effeminato veniva attaccato per il motivo contrario: secondo molti utenti social LGBT quella persona non rappresentava la maggioranza della comunità perché “sguaiata” e vestito da “femmina”.

In questi giorni invece mi è capitato di vedere su Facebook un’immagine pro matrimoni gay che contrapponeva due foto distinte: da una parte una coppia di gay in giacca e cravatta e dall’altra una coppia di gay che indossavano abbigliamento BSDM ad un Pride. Il manifesto diceva qualcosa del genere: questi (quelli con la camicia) rappresentano la maggioranza dei gay italiani, mentre quest’altri no. La cosa interessante del manifesto era la sua natura didascalica che si rivolgeva al pubblico eterosessuale. In pratica, si contrastavano gli stereotipi a sfondo omofobo, interiorizzandoli passivamente. Nell’epoca post-unioni civili, sembra che l’identità omosessuale abbia bisogno di rappresentarsi come “degna” dell’uguaglianza gentilmente concessa. Ecco che allora si deve tracciare il confine fra buoni e cattivi dentro la comunità, fra gay “normali” e “anormali”, degni e non degni. A prevalere sono gli omosessuali più forti, quelli con più risorse o quelli che hanno assorbito acriticamente i modelli eteronormativi, mentre tutto il resto viene colpevolmente silenziato.

Anche durante il dibattito sulla legge, le cose non sono andate diversamente. Ricordiamo le belle campagne per l’uguaglianza fatte dai media, associazionismo, giornali progressisti: protagonisti sempre giovani belli, magri, bianchi, sorridenti. Praticamente appena usciti da un opuscolo del ministero della Salute. L’imposizione di significati normativi alle identità LGBTQ è molto pericolosa perché cancella le differenze che sono il patrimonio più importante della nostra comunità e crea di fatto nuovi rapporti gerarchici all’interno della stessa. Non esiste un modo migliore di essere gay, non esiste un’identità gay univoca e normativa che può valere per tutti. Esistono semmai gli individui-soggetti e la complessità delle loro esperienze.

Francesco Remotti, forse il più grande antropologo italiano contemporaneo, nel suo libro l’Ossessione identitaria, ci avverte del pericolo insito dietro il mito contemporaneo dell’identità. L’identità per Remotti rimanda a “qualcosa di integro o che si vorrebbe mantenere integro”. In questo quadro, tutto ciò che non è integro diventa inevitabilmente una minaccia. Attraverso questa dinamica si consuma la trappola dell’alterità – in inglese othering – cioè della costruzione di un “altro” simbolico, ordinato in relazione al “noi” identitario e totalizzante, contro cui scagliarsi.

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Come si sfugge alla trappola dell’othering? Ne abbiamo discusso recentemente in un interessante workshop organizzato dalla Fondazione Fondo Ricerca e Talenti presso l’Università di Torino, dal titolo “L’un contro l’altro armato. Politiche dell’identità, politiche dell’odio”, che si è aperto proprio con un intervento del professor Remotti. Per i teorici queer occorre disfare il concetto di identità, andando oltre. Per il femminismo intersezionale, invece, iniziando a vedere le differenze dentro il “noi”. Questo significa riconoscere come le categorie sociali- razza, genere, classe, orientamento sessuale, etc. – si intersecano attraverso, per citare Ange-Marie Hancock, un processo mutualmente costitutivo, creando nuove posizioni soggettive. Una persona, dunque, non può essere definita attraverso un solo tratto identitario – per esempio, l’orientamento sessuale – né con la mera somma delle caratteristiche di appartenenza. Piuttosto va indagata la complessità delle molteplici posizioni  soggettive che si creano attraverso un processo di adattamento reciproco –  scrivono Walby, Amstrong e Strid – fra le diverse categorie sociali.

Questa attenzione per l’interazione fra le categorie sociali mira a svelare i gruppi marginali che esistono all’interno delle minoranze già oppresse. Per esempio, le donne afroamericane, le cui esperienze vengono continuamente segnate dall’intersezione fra genere e razza (e dunque misoginia e razzismo). La teorica intersezionale più importante, Kimberle Crenshaw, nel testo fondamentale Mapping the Margins, ha messo in luce come le donne afroamericane fossero doppiamente invisibili: dentro la comunità nera – dominata dagli uomini – e nel movimento femminista- egemonizzato dalle donne bianche. Le loro istanze, le loro esperienze, venivano continuamente sacrificate; le loro voci silenziate.

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In questo momento, il movimento LGBTQ italiano farebbe bene a farsi contaminare dal pensiero intersezionale americano per iniziare a vedere che non tutte le persone omosessuali o transgender sono sovrapponibili in termini di esperienze e che l’orientamento sessuale da solo non basta per comprendere le discriminazioni multiple vissute dai cittadini LGBTQ. Ci sono minoranze invisibili anche nella nostra comunità di cui il movimento  non si occupa o si occupa poco. LGBTQ poveri, per esempio, che non hanno i mezzi economici per andare all’estero ad accedere alle tecniche di maternità surrogata o procreazione assistita, ma che comunque vorrebbero diventare genitori in Italia. LGBTQ di etnie differenti la cui esperienza dell’omofobia intreccia quella dell’intolleranza religiosa o del razzismo. LGBTQ che non finiscono sui cartelloni pubblicitari o negli spot per l’uguaglianza, ma che esistono e sono doppiamente discriminati: dagli “altri”- inteso come maggioranza eterosessuale- e nella propria comunità.

Riferimenti bibliografici:

Crenshaw KW (1989) Demarginalizing the intersection of race and sex: a black feminist critique of antidiscrimination doctrine, feminist theory, and antiracist politics. University of Chicago Legal Forum 14: 538–54.

Crenshaw KW (1991) Mapping the margins: intersectionality, Identity politics, and violence against women of color. Stanford Law Review 43(6): 1241–99.

Hancock A-M (2007) When multiplication doesn’t equal quick addition. Perspectives on Politics 5(1): 63–79.

Walby, S., Armstrong, J. and Strid, S. (2012), “Intersectionality: multiple inequalities in social theory”, Sociology, Vol. 46 No. 2, pp. 224-240.

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Immagine di copertina: Hey Rooney

 

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18 commenti su “Gay contro gay: le minoranze invisibili dentro la comunità LGBT

      1. Evidentemente vivi nel mondo dei sogni e degli unicorni, I diritti sono diritti e sono dovuti .ma nel frattempo non li abbiamo. E sono centinaia di anni che non li abbiamo. Questo perché la maggioranza ha dei gay una visione distorta, incoraggiata da certi gay.

        1. Rincorrere il bigottismo e l’omofobia pensando che così si risolvano le cose significa calpestarsi da soli e illudersi. Calpestarsi da soli perché si accetta che altre persone possano determinare come possiamo essere o non essere, cosa possiamo fare o non fare, nella nostra vita. Illudersi perché molte delle persone che usano determinati atteggiamenti che possono aver visto in qualche gay come clava, come pretesto, per scagliarsi contro i diritti dei gay in generale sono pronte a trovare subito mille altri pretesti, inclusi i gesti d’affetto in pubblico come ad esempio i teneri baci o il tenersi mano nella mano per strada. I diritti mancano perché c’è una campagna di ostilità da parte dei retrogradi che non esita minimamente a trovare pretesti da ogni parte anche a costo di inventarsi balle grosse come una casa non perché ci sono gay che esprimono liberamente la propria adesione a questo o quest’altro ruolo di genere. Francamente, poi, un conto è ragionare sull’ottenimento dei vari diritti e tutto un altro conto è mettersi a dire come hai fatto all’inizio che ai gay stile Enzo Miccio non si dovrebbero dare figli, sostenendo di fatto un pregiudizio nei loro confronti.

          1. Dato che siamo come tutti gli altri è giusto che esigiamo di essere trattati come tutti gli altri, non come persone a cui garantire dei diritti ‘solo se…’.

          2. Purtroppo la situazione è questa, ci sono i gay, ci sono i bigotti, e nel mezzo la gente che non gli importa nulla, ipermaggioranza silenziosa, che però si fa influenzare. Non diamo ai bigotti pretesti per negarci i diritti allora

          3. I pretesti li trovano sempre, anche a costo di inventarsi balle grosse come una casa. Il bigottismo e l’omofobia non si rincorrono, si sbugiardano.

  1. Riflessione interessante. Tra l’altro sarebbe divertente e utile far vedere quanto tra gli stessi etero vi siano moltissime differenze. Così come non c’è un solo tipo di uomo o di donna tra i gay, non c’è un solo tipo di uomo o di donna tra gli etero. Anche tra gli etero ci sono bdsm, feticisti, uomini più o meno mascolini, donne più o meno femminili, tipi particolari e tipi classici, tipi estroversi e tipi riservati. Le presenze in tv, comunque, è comprensibile generino dibattiti; veniamo da decenni in cui i gay sono stati rappresentati a mo’ di macchiette messe lì per intrattenere chi si riteneva ‘normale’ e magari vedendo tali macchiette veniva in un certo qual modo rassicurato sulla propria ‘normalità’ nonché sui propri stereotipi e sui propri pregiudizi verso i gay.

  2. Articolo interessantissimo e con solide basi.
    Ok, concordo, vanno tutelate e rispettate tutte le sfumature, tutte gli individui, non c’è un solo modo di essere gay. Difendiamo le minoranze nelle minoranze. Concordo. 100%.

    Ma perché sento sempre un certo astio nei confronti del gay un po’ più maschile, o che non è in lotta eterna contro gli etero? Come se andassero bene tutte le sfumature di essere gay, certo, però alcune un po’ meno…

    “L’imposizione di significati normativi alle identità LGBT è molto pericolosa”: approvo in pieno. Eppure mi sembra quasi che certi gay, invece, possano essere stigmatizzati… quelli troppo “normali”. Si da per scontato che non siano semplicemente così per natura, gusti, caratteristiche proprie, ma che siano sempre e solo vittime inconsapevoli di un pensiero maschilista imposto.

    In tv si accetta di più il gay modellato sulla falsa riga del maschio etero? A me sembra accettato molto e forse di più il gay un po’ effemminato, o l’amicone delle donne, il gay sensibilissimo, il gay artista, il gay esperto di moda, il gay ballerino…

  3. articolo interessante di approccio psicologico;non sono però d’accordo sull’ingoiare passivamente il pensiero intersezionale americano;piuttosto si dovrebbe lavorare sulle varie identità.e poi:come mai questo soffuso e fumoso disprezzo per i mascolini,i “mufloni” come si dice al nord,i virili?

  4. Ecco spiegata con bibliografia la mia teoria sul pericolosissimo spostamento verso valori borghesi e pertanto fascisti del movimento LGBT, grazie!
    L’altra metà del problema sono le lesbiche reazionarie come le femministe italiane.

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