Un imprenditore gay su tre non fa coming out

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Le difficoltà sono ovviamente molto maggiori per le donne lesbiche: in alcuni casi però, fare coming out potrebbe costituire addirittura una corsia preferenziale.

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Un interessante studio della Chicago Business School in collaborazione con StartOut, un’organizzazione di imprenditori LGBT, ha messo in luce come il 37% di loro preferisca non fare coming out sul campo lavorativo, per evitare di perdere potenziali investitori e avere più sicurezza nel proprio business.

Di questo 37%, circa la metà afferma che non ritiene che sia rilevante ai i fini da raggiungere manifestare la propria sessualità; il 12% invece afferma di aver paura di urtare la sensibilità del cliente. Dalla parte opposta, il 63% degli imprenditori che fa coming out ritiene che questo sia un punto cruciale per costruire un rapporto sano e collaborativo col proprio cliente: ovviamente chi lavora in campi più “aperti” a realtà diverse, come ad esempio nella moda o nel business dell’entertainment, ritiene che il coming out possa costituire addirittura una corsia preferenziale per il lavoro.

C’è da questo senso da segnalare anche alcuni altri risultati del sondaggio:

  • negli ultimi 10 anni le attività di imprenditori LGBT dichiarati si sono spostate in Stati americani dove l’inclusività è maggiore, come la California o New York; l’84% degli intervistati sceglie stati che siano stati giudicati positivamente dallo Human Rights Campaign Municipal Equality Index, che valuta il livello di diritti e possibilità per la comunità LGBT dei singoli comuni. Basti ricordare che il North Carolina (> QUI per gli ultimi aggiornamenti), dopo la bufera della legge sui bagni pubblici, ha perso gli stabilimenti e gli investimenti di moltissime aziende.
  • le imprenditrici lesbiche affrontano difficoltà ben più maggiori dei colleghi GBT. Solo il 3% delle aziende di donne lesbiche riesce a superare i 5 milioni di fatturato annui, contro il 12% di quelle di uomini gay.

In questo senso gli Stati più progressisti stanno iniziando a muoversi: il Massachusetts ha introdotto l’anno scorso un provvedimento per destinare una parte dei contratti statali alle persone LGBT, e New York sta discutendo in queste settimane la stessa legge. Ma la strada da fare è ancora molto lunga: “Il fatto che quasi il 40% degli intervistati sente di non poter essere completamente se stessa nel proprio lavoro ci ricorda quante sfide e quanti soprusi devono ancora essere affrontati da troppe persone LGBT“, afferma Beck Bailey, a capo del Dipartimento di Impiego di HRC Workplace Equality Program.

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Immaginate allora cosa possa significare essere una donna, essere lesbica e essere nera: più si è lontani dal prototipo di maschio bianco etero, meno si è favoriti a trovare investitori“, afferma Stephanie Lampkin, CEO di Blendoor, un’app innovativa per cercare lavoro che nasconde nome e foto dei candidati, in modo da evitare discriminazioni di genere. “Spero semplicemente che tutti riconoscano i propri privilegi e diventino più empatici con chi non li ha“.

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