Il giorno in cui ho scoperto di essere sieropositivo

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"Il medico che m'ha comunicato l'esito del test dell'HIV era in imbarazzo. Non mi guardava negli occhi".

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Il medico che m’ha comunicato l’esito del test dell’HIV era in imbarazzo. Non mi guardava negli occhi. Teneva lo sguardo sulla parete tra me e il mio ragazzo.

Eravamo al San Raffaele. Avete presente? Pensate che c’ho pure studiato. C’è una grande cupola sormontata da un angelo, l’arcangelo Raphael, altissimo e ieratico. Il guaritore supremo che sovrasta tutto e appena ci arrivi, anzi già in lontananza, ti fa capire che aria tira nell’ospedale d’eccellenza, fondato nel 1969 da un prete, don Verzè. Sono tornato in quel posto, sperduto laggiù tra Cascina Gobba, Segrate Milano 2, in un primo pomeriggio di inizio febbraio 2016. Subito dopo mangiato, con in bocca ancora il sapore della pasta col sugo.

Era chiaro come stavano le cose: all’ambulatorio non avevano voluto restituirmi i referti completi degli esami del sangue. Ma non l’hanno chiamata? – mi aveva detto la segretaria del punto prelievi di via Spallanzani, praticamente sotto casa.

No, non mi hanno chiamato. Ah. Beh, io non posso darglieli tutti. Si allontana dal bancone, va dietro, telefona. Le dò questa parte generica, dell’emocromo. Per il resto vedrà che la chiamano.

Un’ora dopo mi hanno telefonato.

Può passare un attimo qua in ospedale?

Un attimo.

Vengo subito, veniamo subito. Anzi no, subito non si può. Facciamo dopopranzo, mi ha detto il medico.

Una volta arrivati laggiù c’abbiamo messo una vita a trovare la segreteria dei laboratori. Conosco quei corridoi sotterranei, pieni di camici, porte e indicazioni. Ci sono stato un sacco di volte. Ma la mia visione di quel posto era tutta piegata alla esigenze universitarie. Ho familiarità con le aule, la portineria, la mensa. Ma il San Raffaele è anche ospedale e incastrate tra le strutture didattiche ci sono quelle sanitarie. Una convivenza bizzarra, soprattutto per gli studenti di filosofia.

Una volta arrivato a destinazione, riconfiguro il carattere di questo posto. È casa, ma ora? Che differenza c’è se una notizia importante la ricevi al sicuro o in scenari sconosciuti? Cambia qualcosa? E che ne è della tua università se diventa anche il posto in cui ti viene detto che il tuo corpo ha un problema?

Ci hanno lasciato una ventina di minuti in attesa su certe poltroncine di plastica nera. Poi è arrivato il dottore. Salve, salve. Arrivo subito. È entrato in una delle porte ed è uscito con una busta, dopo un tot di minuti che comunque a me son sembrati troppi. Perché a ‘sto punto voglio sapere tutto. Subito. In fretta.

Venga.

Stavo per andare da solo. Mi giro, il mio ragazzo mi guarda. Dico al medico: può venire anche lui? Certo, se per lei sta bene. Ho avvertito vivace un tacito ‘tanto son fatti vostri, fate un po’ come vi pare’.

Vieni.

Vengo.

Siamo entrati in una stanzetta senza arte né parte. Un ambulatorio, un ufficio, non so. Il medico attacca: ecco, lei conosce qualcosa del virus dell’HIVMi sfiora con lo sguardo solo il minimo indispensabile, per il resto poggia gli occhi alla mia sinistra. Mi dà fastidio questo fuori fuoco. Mi evita. Siamo uno di fronte all’altro, ma solo spazialmente. Ho pure il vago sentore che sia un poco strabico. Ma non è vero.

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Sarò io ad essere prevenuto ma a me questo dottore mi sembra un sacerdote. Ha i capelli quasi del tutto bianchi. Avrà tra i 50 e i 60. Gli occhi son chiari, smarriti. La pelle arrossata. Non so se c’erano davvero, ma ci sarebbero state bene delle venuzze in evidenza, qualche capillare ipostatizzato, un poco di couperose.

Io son tranquillo, ho capito già tutto – sapevo già da stamattina – e preferisco questo che una malattia incurabile. È un mese è mezzo che ho la febbre. 37 e uno, 37 e 2. Non scende, non sale. Certo che questa roba, dipende quando la prendi. Io non ho mai fatto il test. Magari ce l’ho da 10 anni e m’ha azzerato il sistema immunitario.

Prima, al telefono, subito dopo l’ambulatorio e i referti non ritirabili, ho sentito il mio ragazzo.

Oh guarda che non me li hanno voluti ridare, probabilmente sarà positivo. La sua voce si contrae. Ma dai – mi sbrigo a dire – non è grave. Oggi ci si convive. Basta curarsi, mica è come una volta.

D’ora in avanti lo farò spesso, in continuazione. Con mia madre, i miei amici, i parenti: a tutti dovrò spiegare, fare il punto della situazione, calmare pianti, ristabilire il senso di realtà.

Anche col medico qua, al San Raffaele: cerco di rassicurarlo.

Sorrido.

Rassicuro il dottore, il prete imbarazzato.

Lui mantiene il tono rammaricato e lo sguardo poggiato altrove. Chissà che reazione si aspetta. Quante ne avrà viste. Crisi, pianti, volti deformati. Come reagisce la gente venendo a sapere che ha in corpo un virus che fino a vent’anni fa equivaleva a una condanna?

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