“Nella Chiesa le suore lesbiche sottomesse a rapporti poco umani” Intervista a Charamsa

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"La Chiesa si diverte nelle feste gay, mentre al mondo LGBT vieta le sane espressioni del loro essere". E poi ancora su fede, Ratzinger, castità e molto altro.

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Racconterò tutto in un libro” disse Krzysztof Charamsa, teologo gay del Sant’Uffizio, all’indomani della sua intervista choc sul Corriere della Sera, che gli costò l’abito talare e la carica di ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo aver parlato della sua omosessualità, del suo compagno (Eduard Planas, ndr) e della sua voglia di paternità. E, mai come stavolta, detto fatto. L’ex Monsignore, infatti, ha scritto un libro “La prima pietra. Io, prete gay e la mia ribellione all’ipocrisia della Chiesa”, edito da Rizzoli, dove racconta tutto quello che avreste voluto sapere, ma che nessuno ha mai avuto il coraggio di scrivere.

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Qual è il suo sentimento verso i cattolici, che come lei credono soprattutto nella parola di Cristo e che si confrontano con la crisi della Chiesa attuale?

Hanno tutto il mio appoggio e la mia comprensione. Ma, allo stesso tempo, li invito a smetterla di starsene zitti. Devono pretendere, dalla Chiesa, una vera e propria apertura. E’ ora di svegliarsi. Finché i credenti non alzeranno la voce, tutto rimarrà invariato.

Quali sono stati i momenti in cui la sua fede in Dio e nella parola di Cristo ha più vacillato?

La mia fede in Dio non ha mai vacillato.

Perché un gay ateo dovrebbe leggere il suo libro?

Il mio più grande desiderio è che il libro sia letto da tutti, senza stare a fare troppe distinzioni di genere e di religione. Però, in tutta sincerità, le confesso che mi piace molto dialogare con gli atei. Quelli incontrati sino ad ora, gay e non, si sono rivelati molto rispettosi e soprattutto “pensanti”. Io credo che il mio libro abbia un messaggio universale che riguarda i rapporti tra un individuo, in questo caso gay, e un’istituzione come la Chiesa. Il mio libro è sul senso della vita, sulle sofferenze nate dalle discriminazioni, ma anche sulla liberazione, sull’amore e sulla sessualità.

Pensa di tradurlo anche in altre lingue?

Spero di sì. Dipende tutto dalle case editrici interessate. Ho ricevuto moltissime richieste da ogni parte del mondo. Pensi che parlo di Paesi molto lontani dalla nostra realtà europea. Il mio coming out ha suscitato molto interesse nell’America Latina, ma anche in Giappone, piuttosto che a Tonga nell’Oceano Pacifico.  

Pensa che potrebbe nascerne anche un soggetto cinematografico?

Vediamo cosa mi riserverà il futuro. Per il momento mi accontenterei di avere tante letture.

E’ un modo carino per dire che si accontenta di fare tanti soldi?

Scherza? La lettura permette un dialogo sulle questioni fondamentali della nostra vita: sulla gioia della sessualità, sul desiderio di amore, sui nostri diritti, sulla libertà e sui conflitti di coscienza, che nel libro sono toccati attraverso la storia di un gay circondato dall’omofobia.

 

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Qual è il rapporto tra i membri del clero eterosessuali e quelli omosessuali?

Non credo che ci sia alcun tipo di rapporto. E sa perché? Perché non c’è coscienza e conoscenza di queste sane e meravigliose differenze. Le differenze andrebbero vissute, comprese e valorizzate e non nascoste. Il clero blocca quel sano incontro tra etero, gay, trans e bisessuali. Ed è un vero peccato, perché sarebbe qualcosa di più che benefico per la società e per la religione. Con il loro atteggiamento, si alimenta solo lo scontro. Il clero non mette mai acqua sul fuoco. Ci vieta di vivere felici e di accettarci gli uni con gli altri. E, mai come stavolta, non parlo di rapporti sessuali. Nella Chiesa abbiamo stigmatizzato la sessualità e non sappiamo più come uscirne da quel trauma e da quel complesso che abbiamo creato.

Si è parlato molto dell’omosessualità dei preti, ma poco delle suore. Esiste l’omosessualità nella controparte femminile?

Qui si tocca un tema molto doloroso. Essere lesbica, tra religiose, è un tabù. La loro è una vera e propria sofferenza, forse ancor più grande dell’omosessualità. I maschi, per amor di battuta, in qualche maniera si difendono, ma le lesbiche sono stigmatizzate due volte: sono omosessuali e sono donne. Lei non immagina i drammi delle lesbiche, che hanno dedicato la vita a Dio e che si sentono uno straccio, perché considerate disordinate e patologiche. Sono sottomesse a rapporti poco umani nei conventi e il loro coming out è più inverosimile di quello di un prete. Onore a tutte le fantastiche suore lesbiche, soprattutto a quelle che hanno avuto il coraggio di dire basta al sistema patriarcale della Chiesa e che sono uscite allo scoperto. Ma sono ancora poche e abbiamo bisogno del coraggio delle altre, altrimenti tutto continuerà come prima, offendendo la dignità delle persone umane.

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