Perché e quando possiamo usare la parola “matrimonio” per le unioni civili

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Le unioni civili non sono un matrimonio. Perché allora rivendichiamo l'uso di questa parola? Tra ruolo politico del linguaggio e immaginazione collettiva ecco la nostra riflessione.

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Le parole non servono solo per descrivere, per rendere conto di ciò che c’è già. Le parole sono in grado di determinare il nostro atteggiamento verso la realtà. Di creare futuro. Di disporci in un certo modo. E possono diventare, in questo senso, un vero e proprio strumento politico.

È stato il movimento femminista che, dalla fine degli anni ’60, per primo ha provato a riflettere sistematicamente sul potenziale politico delle parole che usiamo, soprattutto mettendo in discussione il monopolio aggressivo del punto di vista maschile. E l’ha fatto trovando nelle pieghe del linguaggio lo spazio per nuove rappresentazioni sulla scena del mondo. Ad esempio, introducendo metafore ed espressioni prese dalle attività femminili (come il cucito, la tessitura) e rifiutando certe espressioni frutto del condizionamento patriarcale.

Come forse avrete notato, noi di Gay.it abbiamo deciso di usare la parola “matrimonio” (creando uno SPECIALE MATRIMONIO) per riferirci alle unioni civili, approvate attraverso il decreto di legge firmato da Monica Cirinnà. Una scelta non scontata, probabilmente discutibile. Ma che ha delle ragioni.

Il matrimonio per ora ci è stato negato, vero. Di più: per molti, in questo paese ma non solo, il matrimonio omosessuale è da scongiurare a tutti i costi. È un abominio, una questione sconveniente, imbarazzante. Eppure noi qui, sul nostro portale, usiamo la parola “matrimonio” perché per noi di questo si tratta. Checché se ne dica. Le unioni civili per noi sono matrimoni – offesi, maltrattati, ma matrimoni.

Certo bisogna continuare la battaglia. Questa scelta linguistica non vuole assolutamente essere il sintomo di una resa, di una rinuncia. La strategia che infatti vorremmo proporre alla comunità LGBT italiana è ipotizzabile su un duplice livello: portare avanti un discorso interno e uno esterno alla nostra comunità.

 

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All’esterno esibire ciò che per noi le unioni rappresentano, nonostante i diritti incompleti, i pregiudizi e le discriminazioni. Nonostante tutto ciò, noi ci sposeremo. All’interno invece, tra di noi, come comunità, deve restare vivo lo slancio per andare avanti in direzione di una parità completa e della regolamentazione della genitorialità, così da raggiungere quelle tappe che ancora vanno conseguite prima di poterci dire dotati sul serio della stessa protezione legale di una coppia eterosessuale. Anche perché siamo CONTRIBUENTI. Stesse tasse, stessi diritti!

Insomma, ringraziamo il mondo politico per diritti concessi (sebbene con imbarazzante ritardo) e ci prendiamo tutta la conquista civile che il ddl 76/2016 ci offre, ma restituiamo al mittente l’immaginario asettico, buono davvero solo per l’ufficio anagrafe del comune, a cui molti vorrebbero confinarci. Il nostro obiettivo è l’irruzione nell’immaginario eteronormato della famiglia e delle cerimonie di ufficializzazione di un amore. Il nostro obiettivo è il matrimonio egualitario.

Rivendichiamo, certo come possibilità solo per chi ha interesse verso la cosa (chi non ha interesse non dovrà cambiare nulla del suo stile di vita), il diritto di introdurci come comunità LGBT nell’immaginario storico collettivo del matrimonio e della famiglia per scrivere una nuova pagina della vita civile di questo paese. L’uso della parola “matrimonio” va letta in questo senso. Come una promessa da tenere a mente.

E poi, perché no, questa scelta è anche un po’ una rivincita nei confronti di tutti quelli che in questi ultimi mesi e anni hanno vomitato intolleranza e disprezzo verso i nostri legami. Le unioni civili sono un quasi-matrimonio: per il pezzo che manca siamo già in prima linea. Iniziamo per ora a liberare spazio nell’immaginazione collettiva, creiamo lo spazio necessario per le conquiste a venire.  Il linguaggio è un buon modo per iniziare a farlo.

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