Come le serie tv americane hanno cambiato il modo di raccontare le identità LGBT

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Dalla ghettizzazione di Queer as Folk alla banale e irresistibile normalità di Looking e simili. Ecco come i personaggi LGBT sono diventati mainstream come i corrispettivi etero.

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Il modo di raccontare le identità LGBTI in tv è cambiato moltissimo negli ultimi dieci anni. Alla fine degli anni 90 e nei primi 2000 l’immaginario dominante era quello di Queer as Folk, serie televisiva culto. La serie americana, e ancora di più quella originale inglese da cui era tratta, mostrava la vita di un gruppo di amici omosessuali nella Pittsburgh post industriale dei primi anni del nuovo millennio. Le vicende dei protagonisti, i loro amori, la loro sessualità erano sempre al confine fra orgoglio e rabbia. Essere omosessuale, in quegli anni, significava – ancora – essere diversi. Il gruppo di amici gay era allora uno luogo protetto, in cui difendersi dai pregiudizi ed essere se stessi. Fra simili.

queer as folk

La comunità gay era un recinto in cui difendersi dal resto del mondo. Stessa atmosfera per il serial The L Word che raccontava invece l’amore di un gruppo di donne lesbiche ambientata a Los Angeles.

l_world

Oggi quella sensazione di incertezza nelle serie TV che raccontano l’omosessualità è stata fortunatamente spazzata via. I personaggi gay non sono più provocatori, ma sono entrati totalmente nella cultura mainstream USA. Basta vedere la famiglia Tucker-Pritchett, protagonista di Modern Family, che si mischia, anzi si mimetizza perfettamente con le altre coppie etero della serie. La vita familiare dei due padri non è rappresentata come qualcosa di speciale o peggio grottesco, ma anzi è raccontata nella sua banale e irresistibile normalità. Una bambina adottata, una bella casa, la vita pratica, i bisticci fra marito e marito.

modern_family

E che dire di Looking, la serie HBO che racconta la vita di un gruppo di amici gay a San Francisco. La differenza con Queer as Folk, di cui simbolicamente raccoglie l’eredità, è abissale perché abissale è il cambiamento della vita della popolazione LGBTI in America. I gay di Looking si trovano a confrontarsi con gli stessi identici problemi dei loro coetanei etero: relazioni, matrimonio, crescita, carriere, amicizia. L’omofobia, le discriminazioni, le aggressioni sono un tema assolutamente secondario e raramente trattato. Così come il coming out, tema che invece occupava un posto centrale nella serie di dieci anni fa. Anche il tema dell’HIV è attraversato senza stigma. Un tempo i personaggi gay sieropositivi erano ispirati al modello di Tom Hanks in Philadelphia. Oggi il personaggio sieropositivo di Looking, l’adorabile Eddie, non è rappresentato come un outsider, ma vive gli stessi identici problemi amorosi dei suoi amici.

looking

La storia di Looking gira intorno al protagonista, Patrick, giovane programmatore wasp e omosessuale – interpretato da Jonathan Groff – che non sa scegliere fra il proprio capo biondo – ma inaffidabile – interpretato da Russel Tovey e il dolce – ma povero – ex fidanzato messicano interpretato da Raul Castillo (scopriremo come andrà a finire nel film che HBO trasmetterà prossimamente, ma io tifo per Raul). Praticamente una storia da sceneggiato in prima serata di Raiuno. Questa visione normalizzante – un termine odioso, ma che rende l’idea – delle identità queer fa sembrare Looking più vicino alle serie come Girls che a Queer as Folk. Ciò che è venuto a mancare è la rabbia, o il senso di frustrazione. I problemi di Patrick sono cosa fare della propria vita, non certo come vivere la propria sessualità.

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Sulla stessa lunghezza d’onda, Boys-Jongens, film olandese per la tv (uscito poi anche al cinema per il grande successo di pubblico). La pellicola mostra i due giovani protagonisti adolescenti scoprire se stessi e la propria omosessualità. Le difficoltà sono quelle del primo amore, ma non c’è alcuna morbosità, nessun specificità gay, nessun atmosfera drammatica o apocalittica. Il coming out è raccontato con assoluta naturalezza. Anzi, i corpi dei giovani innamorati, immortalati nella natura rigogliosa della campagna olandese, sono bellissimi, privi di qualsiasi vergogna o senso di colpa, poetici, addirittura gioiosi. La gioia è quella del primo amore – sia esso etero o gay – che sovrasta stilisticamente qualsiasi tentazione vittimistica e rende questa storia universale, per tutti. E infatti il network olandese che l’ha trasmessa è una rete per ragazzi, una roba che in Italia avrebbe fatto convocare almeno tre Family Day e dodici interrogazioni parlamentari di NCD.

jongens

Poetica e gioiosa è anche la serie Transparent che racconta la storia di Maura, donna transessuale di sessant’anni, che ha passato tutta la vita a nascondersi nei panni di un uomo e che decide di rivelarsi per quello che realmente è sempre stata nella vecchiaia. La serie cult è un capolavoro per scrittura, stile, interpretazione, montaggio. La vicenda di Maura e della sua famiglia non ha nulla di morboso o drammatico, piuttosto è un inno all’amore, al rispetto verso gli altri e verso se stessi, alla verità. Anche le difficoltà vissute dalla protagonista in una società, quella americana, che ancora è transfobica (molto di più di quanto non sia omofobica, dobbiamo ammetterlo) sono raccontate con profondità e delicatezza, senza trasformare mai la protagonista in una vittima. Maura è soltanto se stessa. La sua è una storia normale, anzi normalissima, di qualcuno che cerca il proprio posto nel mondo e un po’ di pace.

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