“In Danimarca ho visto il nostro futuro”: il reportage di Marcello Signore sul Copenaghen Pride

“Mentre mia madre inizia a cambiarmi i pannolini, nel 1989 in Danimarca c’era qualcuno che per la prima volta nella storia del mondo approvava le unioni omosessuali”.

Mentre mia madre inizia a cambiarmi i pannolini, nel 1989 in Danimarca c’era qualcuno che per la prima volta nella storia del mondo approvava le unioni omosessuali. 25 anni dopo sono andato in Danimarca per vedere che cosa ci riserverà il futuro, come saremo fra 25 anni di cultura LGBT. In Italia, così come in altre parti d’Europa, sento spesso serpeggiare fra un selfie in palestra e un concerto di Beyoncè, una preoccupante “pridefobia”.
Domandiamoci PERCHÈ.
Perché a molti gay italiani (e non) scende un lurido brividino lungo la schiena quando vedono una drag queen sfilare per le strade di Milano, o Roma, e perché improvvisamente schiere di omosessuali subiscono un irresistibile fascino verso le polo standard H&M e sentono questa impellente esigenza di doversi vestire tutti come banchieri o dentisti in pensione, altrimenti “non ci accetteranno se ci conciamo da ridicoli”. Perché abbiamo un buco spaventoso nella nostra cultura gay e pensiamo ancora che “cultura” voglia dire “ghetto”, che “comunità” voglia dire “fossa degli invertiti”, che “libertà” voglia dire “omologazione”. Comunità invece vuol dire forza, cultura vuol dire potere, mentre questa standardizzazione a cui molti vogliono puntare per meritare accettazione, inclusione, e diritti, vuol dire solo ignoranza. E quindi, paura.
Nella comunità LGBT non dovrebbero esserci meriti basati su come ci si veste o come si parla, il Gay Pride non è un concorso di mascolinità su Real Time, non vince chi si fa accendere le scorregge con l’accendino, contro chi si mette lo smalto un paio di shorts e “you better work bitch”. A Copenaghen ho avuto l’impressione di vedere il futuro, una specie di premonizione su che cosa sarà la nostra Italia nel 2030-e-qualcosa, dopo decenni di diritti LGBT. Una parata che è una festa nazionale, cittadina, con bambini che chiedono per favore alla mamma di avere una bandiera arcobaleno da sventolare al passaggio di drag queen, che si fermano col dolcezza a dare baci nei passeggini. Con i vecchietti alle finestre che tirano petali di rosa ai ragazzi che sfilano in perizoma dorati, vichinghi che urlano sbattendo le asce, pompieri, soldati, poliziotti (veri, non spogliarellisti), impiegati di banca e nerds di una delle più famose firme di consulenze aziendali del pianeta (geniale product placement, o tolleranza? chi se ne frega!). Ho pensato, “questo è il futuro”.
E invece no, mi sono sbagliato. Questo è il presente. Certo, non il mio, non il nostro. Sfilando insieme a tutte queste persone, con la mia maglietta azzurra scolorita, i mocassini e gli skinny jeans col risvolitino da buon hipster parigino quale sono (oh, non abbiamo forse detto che dobbiamo accettarci tutti senza giudicare?), mi sono accorto che proprio per questo motivo, proprio per le famiglie, per i bambini, per i ragazzi, per i veterani, per le trans, per le drag queens e i leather boys, quello era il presente, lì, a Copenhagen. Che la cultura LGBT danese si è costruita in un ventennio di parate, tutte come quella, che hanno coinvolto tutta la città, la nazione, in quello che dovrebbe essere il più grande evento delle nostre storie: LA MARCIA DELLA FIEREZZA. Dove ai bordi della strada la gente ti ferma per dirti che “dovresti sorridere di più, è un giorno di festa!” e non per andare sulla pagina di Libero a scrivere nei commenti “io li ho visti quei froci come spiego a mio figlio che quello si traveste da donna e si trucca?”. Con la cultura. Meno PokemonGo, più libri di storia. La cultura gay è bellissima e andrebbe celebrata, studiata, condivisa, e mostrata con fierezza. A cominciare dal Pride.
Abbiamo ancora qualche speranza di poter arrivare ad un futuro così, come quello che ho visto a Copenhagen e che ha fatto sciogliere anche il mio cuore napoletano fatto di mozzarella di bufala. Che volete farci, sono proprio gay.
Marcello Signore
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3 commenti su ““In Danimarca ho visto il nostro futuro”: il reportage di Marcello Signore sul Copenaghen Pride

  1. Concordo pienamente. Chi continua a dire che il GayPride è una pagliacciata e che i gay non devono scheccare e vestirsi per bene per essere accettati non ha capito nulla, è talmente inglobato nella sua omofobia interiorizzata che non riesce a vedere oltre, che esistono altri mondi, altre realtà come la splendida Danimarca.

  2. Io invece nel 1989 c’ero, a Kbh (Copenhagen), città che frequentavo molto e in cui avevo all’epoca molti amici e un fidanzato. E i pride che ricordo, soprattutto quando si trattava di chiedere, anzi pretendere, una legge importante come quella per le unioni civili, erano molto meno festaioli e molto più battaglieri non solo di quello che il nostro giovane amico descrive oggi, ma anche delle carnevalate assolutamente imparagonabili che si verificano in Italia. Vi si respirava una determinazione, un rigore, che personalmente non ho mai dimenticato. E poi certo, c’era intorno una società generalmente solidale, ma la razionalità e la forza di persuasione di quei ragazzi e quelle ragazze gay (oggi, come me, non più così giovani) dimostravano che non era il momento di divertirsi, ma di esigere. Sono anche lieto che ci sia ora più “carnevale”, che quella seriosità un po’ scandinava sia mitigata da più colori e più sorrisi: se lo possono permettere, hanno ottenuto tutto. Ma dietro QUEI pride danesi, quelli che ricordo io, c’era una battaglia politica che in Italia non solo all’epoca ci sognavamo: ce la sogniamo ancora. Altrimenti è solo festa fine a se stessa e, come in Italia, festa alla fine anche un po’ amara.

  3. Il pride è una grande festa..d’amore, per tutti. Un giorno lo si capirà anche in italia, spero. L’omofobia porta con sè tante altre malattie sociali come, razzismo, sessismo, misoginia, fanatismo religioso.. Combattere l’omofobia, vuol dire combattere tutte queste malattie sociali, conseguentemente difendere o giustificare l’omofobia, vuol dire tollerare tutto il resto appena citato. Nasceranno sempre gay, in ogni società, in ogni nazione, in ogni città, in ogni quartiere, in ogni famiglia. Combattere l’omofobia e difendere i diritti per tutti, è una battaglia di ognuno.

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