Omofobia, razzismo, misoginia: questi ragazzi di Torino e Londra hanno creato il progetto INTER(sectional)VIEWS

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Un crowdfunding li aiuterà a realizzare il progetto.

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Stefano, Rumi, Nibras, Andrea e Enrico sono cinque ragazzi particolarmente in confidenza con il peso degli stereotipi e del pregiudizio: per questo hanno deciso di mettere in cantiere un documentario interattivo destinato al web sulle multidiscriminazioni e che ha lo scopo di promuovere l’approccio intersezionale ai diritti. Il progetto si chiama INTER(sectional)VIEWS e l’idea è quella di fare le stesse (molto semplici) domande ad un campione di circa 40 persone assai diverse tra loro, affinché l’interlocutore possa notare quanto nella società occidentale siamo ancora strutturati in modo piramidale con l’uomo bianco eterosessuale in cima.

Il team è diviso tra Torino e Londra: un crowdfunding li aiuterà a realizzare il progetto ma i cinque ragazzi di INTER(sectional)VIEWS anche deciso di donare il 10% del totale delle donazioni ricevute a tre associazioni che si occupano di equality in modo intersectional: Uk black pride, Secret Garden di Amsterdam e Merhaba di Bruxelles.

Abbiamo intervistato Stefano, uno dei creatori di questo progetto.

Com’è nato il progetto? A chi è venuta l’idea?

L’idea del progetto è venuta a me nel luglio 2016, ma è stata elaborata nei dettagli grazie alla mia amica e collaboratrice Rumes. Una ragazza nata in Bangladesh ma cresciuta a Londra, città dove anch’io ho vissuto per un po’. Un ruolo molto importante l’ha avuto, senza nemmeno saperlo, anche Pav Akhtar, esponente gay e musulmano del Labour Party inglese. Pav fa anche parte di UK BLACK PRIDE ed era da un po’ che seguivo il suo lavoro. Io e Pav ci siamo scambiati un bel po’ di mail la scorsa estate parlando del più e del meno e devo ammettere che senza questo rapporto epistolare, il progetto sarebbe, almeno dal mio punto di vista, meno interessante.

L’intervista che il gruppo ha fatto a Pav Akhtar, un parlamentare inglese gay e musulmano.

La coincidenza assurda, e un po’ triste, vede che proprio nel periodo di incubazione di questa idea io sia stato vittima di una brutta aggressione. Il modo estremamente umiliante con cui sono stato trattato dalla polizia mi ha fatto molto riflettere. Cosa sarebbe successo e come sarei stato trattato dalla polizia se fossi stato una donna? E se fossi stato una donna di colore, magari straniera? L’umiliazione che ho subito è forse stato un grande privilegio, se lo paragono alle situazioni ipotetiche a cui ho pensato dandomi le risposte.

Quali sono i vostri obiettivi?

Il nostro obiettivo principale è quello di sensibilizzare riguardo al fatto che un approccio intersezionale potrebbe essere un modo più inclusivo per parlare di diritti umani, giacché, ragionando a compartimenti stagni, si escludono un sacco di persone che non si sentono rappresentate da nessuna comunità di riferimento. Per fare un esempio cito Pav Akhtar, attraverso quanto ha scritto in un documento per ILGA Europe. Un ragazzo gay deve avere a che fare con l’omofobia. Un ragazzo di colore con il razzismo. Chi è sia gay che di colore deve far fronte ad entrambe le cose. E si ritroverà a subire comportamenti razzisti nel mondo LGBT così come comportamenti omofobi nel mondo mainstream. Allo stesso tempo, una ragazza disabile e musulmana si ritroverà davanti ad un sacco di barriere che le impediranno di partecipare a eventi LGBT, e, quando invece riuscirà a parteciparvi, avrà un sacco di probabilità di essere vittima di islamofobia e razzismo. Le stesse probabilità che ha di essere vittima di omofobia nelle comunità islamiche facendo coming out. Un altro obiettivo che abbiamo è quello di sostenere chi già si occupa di discriminazioni in modo intersezionale. Doneremo il 10% delle donazioni totali che riceveremo a UK BLACK PRIDE, MERHABA e STICHING SECRET GARDEN. Arcigay di Torino e Associazione GAPS saranno partner del progetto.

Intervista a Gülsah Balak Doruk di Trade union Turchia.

Siete ragazzi e ragazze che vivono in posti diversi: in questo senso ti sei accorto di differenze particolari sulla situazione in Italia?

A lavorare a questo progetto, oltre a me e Rumes, ci sono due ragazzi, uno che vive a Torino e uno che vive a Londra, e Nibras, una ragazza italiana nata da un genitore libanese e uno siriano e di religione musulmana. Rispondo alla domanda dicendo che… assolutamente sì. Ad esempio quando vivevo a Londra non avevo la perenne sensazione che ho in Italia che qualcuno in qualsiasi momento potrebbe o vorrebbe farmi del male. Ma penso soprattutto a Nibras. Una ragazza come lei in Italia molto difficilmente avrà la possibilità di lavorare a contatto con il pubblico, soprattutto se richiesta bella presenza. Pur essendo oggettivamente una bella ragazza, per il semplice fatto che abbia deciso di vestirsi in modo modesto e di non mostrare i propri capelli e il proprio collo, in Italia è considerata “brutta”. A Londra lavoravo come addetto alle vendite di un grande marchio svedese d’abbigliamento e le mie colleghe velate era possibile contarle sulle dita di ben due mani e la cosa bella è che questa è una cosa che ho dovuto fare solo ora per rispondere a questa domanda! Nibras e le altre ragazze musulmane che ho conosciuto in Italia sono abituate a convivere con questo aspetto della loro vita da praticamente sempre e pensano che “ci vuole tempo”. Io non sono d’accordo. Siamo nel 2017 e abbiamo il web. Dovremmo essere tutti in grado di capire certe cose che altrove sono ovvie da parecchi anni, decenni.

Chi vuole sostenervi cosa può fare?

Per sostenerci basta effettuare una piccola donazione, anche di soli 5€, il prezzo di una fetta di torta e una tazza di tea, sulla nostra campagna sul sito gofundme.com. Il nostro non sarà un progetto a budget troppo alto, ma abbiamo bisogno di raggiungere e intervistare una quarantina di persone sparse in tutta Europa e, fondi permettendo, Stati Uniti e Canada, e purtroppo non abbiamo i mezzi economici per sostenere queste spese da soli.

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