La guerra in Iran fa aumentare il prezzo dei preservativi fino al 30%

Il più grande produttore mondiale di profilattici, la malese Karex, annuncia rincari fino al 30% per le disruzioni nelle catene di fornitura causate dal conflitto e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

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È grottesco ma anche rivelatore il fatto che la guerra in Iran stia rincarando i preservativi. La violenza, nella sua forma più organizzata e legittimata, non si accontenta dei corpi che distrugge. Vuole anche quelli che sopravvivono. Vuole entrare nelle camere da letto, nei bagni, nelle tasche. La violenza ha dunque un prezzo che va oltre quello che normalmente le viene già attribuito. Un tema che la cultura queer conosce bene.

Per le comunità LGBTIAQ+ il preservativo è storia. È la memoria di un’altra guerra, quella combattuta contro hiv e stigma mentre i governi guardavano altrove. Abbiamo imparato a proteggere i nostri corpi quando nessuno lo faceva per noi. Adesso una nuova crisi militare minaccia di rendere quella protezione un lusso.

I missili disturbano le rotte commerciali. Il lattice costa di più. Il nitrile è raddoppiato. L’olio di silicone è alle stelle. La matematica è semplice e oscena: più guerra, meno sesso sicuro.

Karex, il più grande produttore mondiale di profilattici con oltre cinque miliardi di pezzi l’anno, ha annunciato aumenti di prezzo tra il 20 e il 30% a causa delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento legate al conflitto.

Dall’inizio della guerra, a febbraio 2026, i costi delle materie prime sono aumentati significativamente: gomma sintetica, nitrile, lubrificanti come l’olio di silicone, materiali da imballaggio come alluminio e naphtha. La controllata statunitense di Karex, Global Protection Corp., ha registrato aumenti del 20-30% sugli imballaggi, del 30% sul lattice, del 25% sui lubrificanti e addirittura del 100% sul nitrile, il materiale usato per i preservativi senza lattice.

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I tempi di consegna verso Europa e Stati Uniti si sono quasi raddoppiati: da circa un mese a quasi due, con scorte ai minimi presso i clienti e una domanda cresciuta di circa il 30% nel 2026. “Non abbiamo altra scelta che trasferire i costi ai clienti“, ha dichiarato il CEO Goh Miah Kiat a Reuters.

Il quadro si inserisce in una crisi preesistente. Il mercato globale dei preservativi registrava già carenze legate allo smantellamento dell’USAID voluto da Trump, il principale donatore bilaterale per la salute sessuale e riproduttiva: la Nigeria ha segnalato un calo del 55% nella distribuzione di profilattici tra dicembre 2024 e marzo 2025, secondo l’UNAIDS.

Se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, avverte Davin Wedel, CEO di Global Protection Corp., si potrebbe arrivare a una vera e propria carenza di preservativi per mancanza di materie prime.  Una prospettiva con ricadute dirette sulla prevenzione dell’HIV e delle infezioni sessualmente trasmissibili, in particolare nei paesi con infrastrutture sanitarie fragili.

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