Alla fiera della banalità convinti di essere originali

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Tatuaggi, magliette a righe e tanti altri cliché dell'originalità sposati in toto da buona parte dei gay rischiano di confondere tutti in un unico trionfo della banalità incui...

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Mio fratello ha sempre avuto su nostro padre un ascendente inarrestabile.

Non che io venissi trattato come il figlio della serva, diciamo solo che con lui era più indulgente nei suoi sbagli e più generoso con le sue pretese.

Per i suoi 17 anni chiese come regalo di compleanno dei soldi. Una cifra che adesso non ricordo ma all’epoca, in lire, suonava come un discreto gruzzolo. Ovviamente i miei non gli chiesero a cosa servisse quel danaro a causa di una malriposta fiducia nella maturità di mio fratello.

Ottenuto il malloppo sparì per tutto il giorno rifacendosi vivo solo a ora di cena, claudicante. Ci preoccupammo potesse essergli successo qualcosa di grave quando, per rassicurarci, si sbottonò i jeans per mostrarci la causa del suo zoppicare. La coscia destra era diventata la tela sulla quale era stato impresso un tatuaggio enorme di un leone (il suo segno zodiacale) steso trionfalmente davanti al Colosseo (il simbolo della sua città).

A quel punto mia madre avrebbe preferito che il passo malfermo del figlio fosse stato causato dalla frattura del femore invece che dal dolore dell’inoculazione dell’inchiostro, mentre mio padre rimase afasico per le successive 48 ore. Quanto a me, l’unica reazione che ebbi fu quella di chiedergli: “ma hai pensato a quando avrai 80 anni, con la pelle flaccida, cosa penserà la gente di te? Non pensi che sarai un po’ ridicolo?”, credendo così di suscitare in lui una minima reazione di rimorso.

“Ma che me frega. Tanto allora chi mi vorrà più vedere la coscia?”.

La sua risposta mi spiazzò e tutto sommato aveva un che di sensato.

Nonostante questo però io ho sempre mantenuto un atteggiamento fortemente scettico nei confronti dei tatuaggi e dell’idea che questi ti diano un segno di distintività. Non so, il pensiero di un segno permanente sul mio corpo mi inquieta. E se poi non mi piace più, se passa di moda, se le motivazioni di oggi non saranno più le stesse di domani?

Insomma i tatuaggi non mi piacciono su di me, ancora meno sugli altri e per niente se questi sono dozzinali come gli orribili tribali che vedo tappezzare la pelle di migliaia di gay perché se avevano un significato nelle tribù aborigene per dimostrare il loro valore in battaglia, sui bicipiti anabolizzati dei gay da circuito hanno un che di ridicolo. Già me li vedo entrare in un negozio di tatuaggi, prendere il catalogo e scegliere a casaccio, purché sia bello evidente e molto coatto, credendo che quel tratto donerà peculiarità quando invece non farà altro che confonderlo nel mucchio.

Ben inteso, se questo ha un valore simbolico o evocativo (che ne so, il nome della mamma o la data della prima comunione), nulla da eccepire, ma ho l’impressione che per molti faccia solo parte del “corredo” da perfetto gay discotecaro: muscoli pompati, visi levigati e tribale d’ordinanza gettato a casaccio su qualche metro quadro di pelle.

Una volta conobbi un ragazzo in un locale. Non era di Roma e forse per questo venne a conoscermi. Dopo un po’ mi disse: “Ma sai che uno vedendomi con te mi ha detto “complimenti, hai rimorchiato la più checca di Roma?”. Io gli chiesi un po’ risentito chi fosse stato e lui, che veniva da un paese del sud e, per sua fortuna, non sapeva di certe mode mi rispose candido: “era uno muscoloso, con la canotta e un tribale sul braccio”, che equivale a cercare una che si chiama Maria a Roma.

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Sul versante opposto (ma sempre uguale) quando mi capita di andare a Milano mi ritrovo a constatare che il vero flagello non è lo smog, la nebbia o le vecchie giunte di destra ma la moda. Un’entità malefica e corruttrice che miete migliaia di vittime, soprattutto tra i più giovani e che ha generato il mostruoso "Plastic-tipo" (il Plastic è la più longeva discoteca gay della città che quest’anno celebra, per la quinta volta, la sua presunta chiusura).

I portatori sani del morbo li riconosci da chilometri di distanza. La frangetta si inerpica come il ramo di un ulivo in iperboliche involuzioni, le magliette a righe e over size, qualche piercing giustapposto sul viso, l’iscrizione alla scuola di moda Marangoni o comunque interessi nel business del fashion e un peso specifico corporeo pari a un posacenere in cristallo, e tutti con la presunzione di essere originali, unici, sebbene sembrino solo il riflesso infinito della stessa immagine presa tra due specchi.

Il rischio “stampino” purtroppo è sempre in agguato e se c’è una cosa che un gay detesta più di ogni altra è sentirsi dire di sembrare uguale a tanti altri. Cerchi con tutto te stesso di essere inconfondibile e quello che invece alla fine fai è, semmai, solo passare da uno stereotipo all’altro.

Ci illudiamo che riempirci di figure tatuate informi e spungiformi ci renderà sulla pista da ballo più appetibili di uno identico a noi che ha lo stesso inguacchiaccio brutto sulla pelle, ci persuadiamo che arrotolare l’orlo dei pantaloni a sigaretta ci renda up to date, esattamente come lo crede il ragazzo che ci siede accanto nella metropolitana, quello di fronte e gli altri dodici del vagone antecedente e anche andassimo in giro con un maglione color tortora comprato alla Upim, avessimo il più regolare dei tagli di capelli e le abitudini di vita fossero scandite come quelle di un monaco benedettino, comunque ricalcheremmo il cliché di "quelli che evitano i cliché". Il fatto è che purtroppo l’originalità non è altro che un’illusione, una mera aspirazione dove la ricerca del tratto distintivo è lo stesso di migliaia di altri che si illudono come te di perseguire l’unicità quando invece di Oscar Wilde, grazie al cielo, ce n’è stato soltanto uno.

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