London Fashion week: Who run the world? Lads!

La London Fashion Week si è guadagnata la nomea di enfant terrible e se la tiene stretta. Dura poco e fa sempre il botto, i soldi sono altrove eppure tutti ci vanno.

Ed è molto molto inglese. Non nel senso degli abiti pastello della regina, ma di quel modo tutto brit di trasformare quei tailleur pacchiani in qualcosa di incomprensibilmente desiderabile. Quel filtro che mettono su qualunque espressione della cultura pop per farla diventare cool. Non mi spingerei a trovare le chiavi di volta del fenomeno, ma sicuramente l’ironia e l’autoironia c’entrano qualcosa, lo humor e l’understatement anche. La moda a Londra è molto più vicina alle tazze souvenir col faccione di Camilla Parker Bowles che alle sartorie di Saville Row. I designer sono giovani o giovanissimi, radicali e abbastanza strafottenti, impermeabili a quello che succede nelle altre settimane della moda e ai trend dei money-maker. Sarà anche il vivere su un’isola, sarà la Cool Britannia, chissà.

Sebbene anarchica nelle proposte anche qui alcuni nomi si sono guadagnati lustro e relativa media frenzy.

J.W. Anderson è la nuova big thing, designer della linea omonima e di Loewe, chiacchierato ultimamente come possibile nuova guida di qualche vecchia astronave dell’impero, su tutte Ck. Il nuovo corso lo vede attento pifferaio magico. David Bowie che racconta la storia di Pierino e il lupo e giovani alieni caduti sulla terra senza farsi male. Alieni bambini. Colorati e immersi negli abiti. Alieni senza genere. C’è un po’ di Giappone anni ’80 e un po’ di Raf Simons, guru per affinità elettiva del nostro. Su tutto è la leggerezza a tracciare il solco. Lo sberleffo, forse, anche. In quelle maniche fuori misura che spernacchiano altre maniche, delle felpe di quelli di Vetements che nel frattempo a Parigi quanto si prendono sul serio signora mia.

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Premio simpatia al duo di Sibling, divulgatori di manzitudo eccellenti con chutney di pizzi e paillettes. Le domande che pongono, poi, sono interessanti. Di questo maschio, maschile e maschilista, ce ne vogliamo sbarazzare tutti. Ma come fare? Se la risposta avversativa e logica sembrava fino ad ora l’efebo genderless, qui si propone l’opposizione perversa dell’iper macho barocco e baracca. Dell’ipertrofico femmineo. Del bicipite bovino strizzato nel bolero di pizzo. Opposizione radicale in quanto estremizzazione ironica del reale. E, ci sia concesso, più divertente che sessuale.

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E poi le new entry.

Rottingdean Bazaar se la gioca artistica e postmoderna. Combine di abiti su abiti, fetish calzini decorativi su felpe anonime. Dalla destinazione d’uso dei capi a una destinazione puramente metaforica e quindi feticista.

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Charles Jeffrey rimette in campo decadenze lisergiche dimenticate e ormai ascritte a tempi floridi ante global crisis, in cui i soldi non erano tabù, e si potevano irridere con sfarzi apocalittici. Sbrodolate à la Galliano, ci si potrebbe riferire forse anche a un certo McQueen non fosse ormai diventato santo e quindi indicibile. Una débauche esplorata eppure dal sapore di madeleine per chi per troppi anni ha dovuto masticare concettualismi dettati più dall’economia globale che dagli intenti.

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Infine Grace Wales Bonner, diplomata a St. Martin solo nel 2014 alla sua prima presentazione personale. Un discorso complesso sull’identità sessuale e razziale dell’uomo nero. Reference alte. L’Etiopia e l’ultimo negus, ultima incarnazione di Gesù nel sincretismo rasta. Storie di progressismi africani asfaltati da invasioni fasciste tanto caricaturali quanto devastanti. Case history lontane per imperialismi anche recentissimi.

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Haile Selassie tijdens staatsbezoek *januari 1969
Haile Selassie tijdens staatsbezoek
*januari 1969

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