Britney Spears voleva davvero essere una popstar?

Britney Spears è l’oggetto compulsivo del desiderio, il feticcio antistress di una generazione. Ma anche la pedina dei suoi genitori.

La prima volta che ho visto Britney Spears in tv avevo 7 anni.

Dormivo ancora in camera con mio fratello, uno a fianco all’altro. MTV era al suo apogeo e “Oops! I Did It Again” andava su a ripetizione, due volte ogni ora. Lui la amava, io la confondevo con Shakira e Christina Aguilera, per me erano un po’ una cosa una e trina.

Prima di allora non ho ricordi molto chiari: non ricordo il boom di “…Baby One More Time”, il primo disco, i primi VMA in cui usciva da un armadietto scolastico vestita in pelle nera. Ricordo solo che, nell’unica tabaccheria del mio paese di 3.000 abitanti, vendevano i chewing-gum con la faccia di Britney sopra. Erano tutti rosa o blu, dal packaging ammiccante e caramelloso.

First Photographs Of An Exciting New Line Of Candy/Novelty Products, Such As "Britney Spears Cd Bubble Gum", That Will Be Launched To Coincide With Britney's Concert Tour. (Photo By Getty Images)

Quei chewing-gum rappresentano un po’ l’essenza di Britney: è sempre stata l’oggetto compulsivo del desiderio, il feticcio antistress di una generazione. Britney Spears ha violato le barriere del non lecito e legalizzato il desiderio erotico nei confronti degli adolescenti, come prima forse nessuno aveva mai fatto. Quando il mondo la conobbe aveva soli 17 anni: quella sua collocazione, proprio sul limen del consentito, la rendeva dannatamente arrapante. E sul limite si collocavano anche i suoi testi: imbastiti su ambigui qui pro quo, misunderstanding e metafore licenziose, potrebbero assumere significati diametralmente opposti se recitati da una bambina o da Erica Jong. Britney mi ha iniziato al mondo del pop: avevo 11 anni quando uscì Toxic, la canzone con la quale iniziai ad amarla. La trovai ipnotica e morbosamente attraente: il motivo erano i suoi occhi, iniettati di desiderio. Anche se io ero troppo piccolo per capirlo.

Ma Britney non era solo l’oggetto del desiderio globale: era anche la pedina dei suoi genitori.

Una carta da giocare: Jamie e Lynne, dispotici e autoritari come si conviene a gente del profondo Sud, hanno preso la loro figliola con una bella voce e una discreta attitude da performer e l’hanno scaraventata sul palcoscenico. Talent show ante litteram, concorsi cittadini, regionali, federali, provinciali, Tv, centri commerciali, compleanni e grand soirée. Britney rischiava davvero di fare la fine di JonBenét Ramsey, la reginetta d’America morta forse proprio a causa delle pressioni dei genitori. Trovato il giusto entourage, stipulati i migliori accordi, gli Spears hanno creato l’impero e sbarcato il lunario: i milioni sono iniziati ad arrivare come piogge torrenziali e papà Jamie se ne andava per i bar di Kentwood, sua città natale, ad appendere foto della figlia tirata a lucido. Perfino il museo cittadino le ha innalzato un altarino, raccattando cimeli e facezie per i fan più curiosi.

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Oggi Britney Spears compie 35 anni: ebbene, non tutti sanno che una delle più grandi popstar del mondo è ancora oggi sotto la tutela finanziaria di suo padre.

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Conservatorship la chiamano in America. Il tutore viene designato da un giudice, nel caso in cui un tale individuo non sia in grado di gestire autonomamente le proprie risorse finanziarie, per problemi mentali o vecchiaia. Nel caso di Britney, è nel febbraio 2008 che Jamie Spears e Andrew Wallet, il suo avvocato, diventano tutori provvisori dell’ingente patrimonio della popstar (intorno ai 240 milioni di dollari, solo nell’ultimo anno ne ha guadagnati quasi 31), in seguito al ricovero per l’ennesimo breakdown psicofisico. Nel novembre dello stesso anno i due acquisiscono la conservatorship definitiva e non la perdono più. È molto probabile che Britney abbia un grosso margine di libertà all’interno di questo patto, ma il punto non è questo. Dopo 8 anni Britney, nonostante abbia ormai superato i momenti più bui, dipende ancora da suo padre e dal suo avvocato e rappresenta la loro più grande (e quanto grande) fonte di guadagno.

Ma è mai possibile che a Britney vada bene così? E se fosse davvero stata piazzata lì per imposizione di un padre padrone? E se fosse realmente il suo burattino stampasoldi? E se Britney non volesse davvero essere una popstar ma si trovasse lì senza volerlo davvero?

Nel gennaio 2007 la fidanzatina d’America si rasò la testa entrando in un saloon di Los Angeles. Chiese al parrucchiere di turno di farlo, questi si rifiutò e allora lei, ridendo, afferrò il rasoio e si mise allo specchio. Fuori dal negozio centinaia di paparazzi scattavano foto che avrebbero venduto a migliaia di dollari. Quando le vidi avevo ancora una connessione remota, di quelle col modem e i rumorini: lo scatto impiegò 5 minuti a caricare. Io continuavo a fissarlo esterrefatto, mentre i pixel si materializzavano uno accanto all’altro, secondo dopo secondo.

La rasatura di Britney è il momento catartico, l’inizio della fine. È una delle cose più punk che il pop abbia mai sperimentato. Fu uno spartiacque, un atto politico, una violenta e destabilizzante presa di posizione: “Non sono il vostro fottuto oggetto, voglio fare schifo”. È il desiderio di toccare il fondo, il rifiuto del proprio narcisismo nutrito da anni di idolatrie, la voglia di vomitare, almeno una volta, come tutti quanti. La voglia impellente di indipendenza, dopo 26 anni di burattinaio. L’intenzione ferma di non voler essere più il giocattolo di qualcuno.

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Se per riemergere dal baratro è necessario toccare il fondo, per Britney questo è stato la perdita della custodia dei figli. È in quel momento che deve aver pensato: forse devo fare la brava. È bastata una breve titubanza nella sua condotta nefasta a riportarla tra le braccia del padre. Sì, perché forse il periodo più sincero, libertario e onesto è stato proprio quello del suo crollo. Perché tu, io, un’adolescenza l’abbiamo avuta, Britney no. E aveva il sacrosanto diritto di viversela.

Una volta tornata sotto la potestà del padre di nuovo autocontrollo, regime, abitudinarietà, regole. Nel giro di un anno nuovo album, nuova forma fisica, nuovo tour. Ma a Britney mancava qualcosa. Un guizzo, lo chiamavano i fan. Sulla rete diventò virale un video che la paragonava a un computer in stand-by.

Nel giro di 5 anni Britney ha macinato tre dischi e due tour mondiali. Ma nelle sue performance c’era ancora qualcosa che mancava: quel desiderio negli occhi era svanito e la sua presenza sul palco sembrava più un dovere scolastico che una scelta cosciente.

Poi è uscito Glory e tutti erano contenti. Britney is back, questa volta per davvero. Lei lo definisce come ogni volta “l’album più personale che io abbia mai fatto”, anche se probabilmente non conosce nemmeno i nomi di chi ne ha scritto i testi. La performance ai Billboard Awards, compendio del suo resident show a Las Vegas, sembrava davvero un chiaro e nostalgico ritorno al passato.

È forse questa la chiave per comprendere dove andrà a finire questa nostra popstar: il suo passato. Sono ormai tre anni che Britney risiede, letteralmente, al Planet Hollywood, dove sì e no ogni sera tiene uno spettacolo che riassume tutti i momenti topici della sua carriera. Questo perché i fan vogliono esattamente questo: non vogliono la novità, desiderano tornare indietro nel tempo.

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E a Britney va benissimo: mandare avanti il suo show a Las Vegas non è molto differente dal fare l’impiegata in un supermercato. Ha finalmente trovato la sua tranquilla dimensione: ogni giorno nello stesso posto, alla stessa ora, si appresta a dominare la sua particolare scrivania, il palcoscenico. Due ore di intrattenimento e via, casa e nanna. Britney nutre la baracca in cui sostanzialmente si è ritrovata dentro, per circostanze fortuite e volontà di terzi. Ma portarla avanti in questo modo, inscenando ogni giorno i tempi che furono senza particolare trasporto artistico, è forse quello che cercava davvero per essere felice. Quello che Britney desidera più di ogni altra cosa è la normalità: normalità che mai ha avuto il privilegio di vivere.

Qualcuno potrebbe obiettare: e come ha fatto allora a vendere 200 milioni di dischi? Come fa a riempire gli stadi? Come è riuscita a superare un inferno mediatico, il linciaggio del popolo, la persecuzione globale?

Ci è riuscita facendosi amare. A differenza della Aguilera, sua vecchia rivale, Britney ha una incredibile capacità empatica, di trasporto. Britney è riuscita, come forse nessun’altra popstar, a diventare un modello d’immedesimazione quotidiano. Ha vissuto di fronte al mondo le tribolazioni che tutti noi affrontiamo ogni giorno, e l’ha fatto con l’aggravante dell’amplificazione potenziale degli obiettivi e dei microfoni. È l’America’s sweetheart che è cresciuta, ha sbagliato, è caduta e si è rialzata, con qualche cicatrice. È la ragazza che si è fatta il bagno in mare vestita, che ha fatto la fila da Starbucks in pigiama e che ama le candele alla vaniglia. È la donna che ha sclerato, ha pianto e ha amato uomini sbagliati. Il motivo per cui tutti amiamo Britney è che Britney è tutti noi: if Britney can make it through 2007, we can make it through this day.

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