25 anni fa l’addio a Freddie Mercury, stroncato dall’AIDS: il racconto dell’uomo che l’ha visto morire

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L'intervista al suo assistente, realizzata da Panorama, mette in luce le insicurezze e il dolore della rockstar negli ultimi tempi prima della morte.

freddie mercury
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Freddie Mercury morì alle 18.48 del 24 novembre 1991, all’età di 45 anni.

A stroncarlo l’AIDS, che egli aveva contratto anni addietro e che aveva tenuto nascosto, fino a poco più di 24 ore prima della morte. Ecco come annunciò al mondo la notizia:

Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell’HIV e di aver contratto l’AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa terribile malattia…

Vogliamo ricordarlo attraverso le parole di Peter Freestone, suo assistente persone, cuoco autista, ma soprattutto amico fidato. Nessuno più di lui conosce Freddie, e nessuno gli è stato più vicino negli ultimi giorni di vita. L’intervista è stata realizzata da Panorama in occasione di un evento organizzato dalla Mercury Band, una delle più famose tribute band dei Queen.

L’allarme

Ha capito che qualcosa non andava quando sono apparse delle macchie scure intorno ai polsi. Per una settimana ha fatto finta di niente, poi ha fatto gli esami e in pochi giorni ha ottenuto i risultati. Un giorno mi ha chiamato in cucina, ha chiuso la porta e mi ha detto: ‘Peter, il mio tempo sta per finire. La vita mi ha dato tanto e adesso si prende tutto. Non sono solo sieropositivo. Ho l’AIDS e morirò di sicuro. Ma ho vissuto ogni secondo di questa esistenza‘.

La malattia e i suoi effetti

Un giorno a tavola sbottò: ‘Smettila di cucinare piccante, tanto le mie papille gustative sono danneggiate, non sento più i sapori, tutto è uguale. Mangio il mio cibo preferito, quello indiano che tu mi prepari con tanta cura, e non sento più nulla. Ma che malattia è questa? Perché ti porta via qualcosa ogni giorno?‘. Tre settimane prima della fine, Freddie mi ha consegnato una busta zeppa di soldi per comprare un quadro da Christies: 30 mila sterline. Quando sono tornato con il quadro l’ho appeso in soggiorno e l’ho chiamato. Freddie era nella sua stanza da letto al primo piano della casa di Londra. Appena ha iniziato a scendere le scale s’è reso conto che le gambe non reggevano più. Erano rigide, non si piegavano. Allora sono salito, l’ho preso in braccio e l’ho portato giù perché potesse ammirare il dipinto che tanto voleva. Stava aggrappato al mio collo come un bimbo e diceva: ‘Per fortuna gli occhi funzionano ancora‘.

Lo stile di vita di Freddie

Quando era in salute Freddie non stava in casa una sola sera all’anno. Frequentava tutti gay bar del mondo e spesso si faceva di cocaina. Vodka e cocaina erano i suoi vizi. Quando ha scoperto di essere ammalato ha dato un taglio a tutto. ‘Potrei continuare e fregarmene, ma il medico mi ha assicurato che questo dimezzerebbe il tempo che mi resta‘. Non dimenticherò mai il giorno in cui mi dettò tutte le precauzioni per il personale della sua villa. A un certo punto disse: ‘Se mi taglio ed esce sangue statemi lontano. Molto lontano‘. Tre settimane prima della sua morte tornammo da un viaggio lampo in Francia. Davanti al portone di casa mi disse: ‘Questa è l’ultima volta che entro in casa mia. Non succederà più perché non uscirò mai più. Le mie forze si sono esaurite. Bisogna capire quando è il momento di dire basta‘.

Il dolore e il rimpianto

Una sera con gli occhi lucidi e la voce rotta mi confidò: ‘Vorrei capire quando ho avuto il rapporto che mi sta costando la vita, ma cerco di tenere ferma la testa, non voglio sprecare il poco tempo che ho per fare indagini. Quello che mi fa soffrire tremendamente è che l’AIDS mi impedirà di tirar fuori tutta la musica che ho dentro. C’erano ancora tante cose da far sentire, tante note per far emozionare il mio pubblico. È ingiusto che un artista muoia senza aver espresso tutta la sua arte. Porterò con me molte canzoni e tutte le facce degli amici. Peter, mi sei stato accanto dodici anni, hai visto tutto quello che potevi vedere di me. E voglio credere che tu abbia capito davvero chi era l’uomo a cui hai dato tanta lealtà e tanta dedizione. Almeno una volta al giorno, pensami. E prenditi cura dei miei gatti‘”.

Gli ultimi sforzi per cantare

Era scioccato dal deperimento. Lui che non era mai aumentato o diminuito di un etto si stava prosciugando. Anche la barba aveva smesso di crescere. Nell’ultimo mese mangiava solo frullati e papaia. Ogni movimento delle mandibole era dolorosissimo. L’altro punto dolente era il piede. Aveva un buco sotto la pianta che gli impediva di appoggiare il piede a terra. Sia pur distrutto, andava ogni giorno in studio di registrazione per lasciare in eredità quanto più poteva della sua voce e della sua arte. Aveva dolori lancinanti alla gola e al petto, ma continuava a cantare come nulla fosse. Teneva duro fino all’ultimo e non mollava mai. Avrebbe voluto raccontare tutto agli altri del gruppo ma aveva paura. Temeva che gli altri gli avrebbero detto di non fare troppi sforzi, di smetterla di registrare canzoni, che lo avrebbero trattato come un uomo con un handicap. Finite le registrazioni Bryan e gli altri lo invitavano a cena, ma lui rifiutava sempre con una scusa. Non voleva che lo vedessero in difficoltà nell’ingerire cibo solido.

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