Levante: “Vi spiego perché mi batto così tanto per il mondo gay”

“Delle volte ho come l’impressione di vivere in un Paese dove tutti vogliono essere moderni, senza esserlo.”

«Tutti abbiamo cose che non riusciamo a dimenticare. Quel commento velenoso, quell’amore finito, quel giorno in cui la vita ci ha lasciato una cicatrice. Eppure, senza questi dolori, non saremmo le persone che siamo oggi.» Così la cantautrice di origini siciliane Claudia Lagona alias Levante inizia a parlare di ‘Questa è l’ultima volta che ti dimentico’, il suo secondo romanzo uscito pochi giorni fa e già ai primi posti delle classifiche dei libri più venduti. 

Non è la sua storia, ma in questo romanzo c’è molto di lei.

Moltissimo direi. Anna, la protagonista del mio secondo libro, mi somiglia fisicamente, ma anche nei sogni, nel coraggio e nello spirito. A lei ho permesso di vivere quello che, in certi momenti della vita, ho vissuto anche io. È una storia di amicizia, di amore, ma anche di crescita.

Nella sua prima fatica letteraria parlava di amori, tradimenti, shopping, social e spunte blu. Ora, invece, di mafia, pizzo, abusivismo edilizio e suicidi. 

Qualcuno erroneamente crede sia cambiata la scrittura, ma in verità quello che è cambiato è solo l’argomento.

Non ha avuto paura di identificare, ancora una volta, la sua terra d’origine all’organizzazione criminale?

No, perché io ho raccontato la storia di Anna e tutto il resto, se vogliamo, è stato solo una conseguenza. La Sicilia che vive la protagonista è quella che ho vissuto io e che sarà sicuramente molto diversa da quella di un palermitano, di un catanese o di un qualsiasi siciliano che ha la fortuna di affacciarsi alla finestra e di vedere il blu del mare. Io, nel libro, non parlo di mafia, ma di una presenza e di un atteggiamento mafioso. Spesso si tende a pensare che l’organizzazione criminale sia solo riconducibile alle esplosioni o allo scioglimento nell’acido, quando non è così. Oggi la mafia è molto più silenziosa ed era impensabile non parlare di un fenomeno che ha condizionato e che continua a condizionare la mia terra.

Nel libro, senza spoilerare troppo, si parla anche di omosessualità femminile.

Volevo raccontare un amore. Un amore come un altro, senza stare a pensare all’identità dei soggetti. Sarà che sono cresciuta in una famiglia talmente libera da certi ragionamenti, che mi sembra assurdo fare così tante distinzioni.

Lei ha mai ricevuto avance da una donna?

Qualche complimento sì, ma avance vere e proprio, no, mai. Non le nascondo che a tempo debito, mi sono chiesta se potessi amare una donna.

E che risposta si è data?

Nessuna perché, alla fine, ho sempre saputo quale fosse la mia natura. Non ho mai baciato una donna, manco per gioco.

Quel: “Meglio un figlio mafioso, che frocio” pronunciato da un padre siciliano, nel libro, non stona come dovrebbe. Ci stiamo abituando a tutto?

Purtroppo, sì. È una storia ambientata negli anni ’90, ma che, a quanto pare, è ancora terribilmente attuale. Delle volte ho come l’impressione di vivere in un Paese dove tutti vogliono essere moderni, senza esserlo. Parlare, ancora oggi, di accettazione mi indispettisce. Cosa c’è da accettare se due persone si amano?

Perché ha così a cuore il mondo lgbt?

Perché è un mondo di cui facciamo parte tutti! Non posso accettare che una persona non possa essere libera di essere se stessa per paura di essere giudicata. Negli anni ho capito che se una persona non si dichiara, non la conosceremo mai fino in fondo e io, nel mio piccolo, quando posso, mi schiero e alzo la voce.

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Lei, negli anni, è diventata un punto di riferimento per la comunità gay. 

Non so dirle se sono un’icona, ma se lo fossi non potrei che esserne felice.

Di lei si pensa di sapere tutto, quando in realtà non si sa niente. È popolare, ma preserva il suo privato.

È una scelta imparata a mia spese. Quelle due, tre volte in cui sono entrata nel mondo del gossip, ho sofferto come un cane. 

E pensare che c’è chi ci costruisce carriere con il gossip.

Non li giudico, ma personalmente non riuscirei a dover dar conto a tutti del mio privato, soprattutto in questo preciso momento dove ognuno sente il bisogno di dover commentare tutto e tutti. 

È difficile per Claudia essere sempre Levante?

Non è così difficile perché non indosso maschere. Ai miei sogni ho dato il nome Levante, ma per tutto il resto sono Claudia. Spesso è la gente che non distingue Levante da Claudia o Claudia da Levante.

La fa soffrire?

No, assolutamente, ma delle volte mi aspetterei più comprensione e delicatezza. 

Lei è più pop o più snob?

Super pop, ma tremendamente selettiva. Oggi so cosa voglio, cosa mi fa stare bene e cosa desidero. Ho imparato a dire solo cose belle, tenendo per me quelle brutte.

Merito di Torino?

Di questa discrezione? Sì, forse sì, ma anche della Sicilia. Al contrario di quel che si può pensare, è un’isola molto discreta. 

Oggi vive ancora nel capoluogo piemontese?

Sono residente a Torino, ma sto cercando di lasciarla. Ho vissuto quattordici anni in Sicilia, quattordici a Torino, uno ad Ivrea e ora sento l’esigenza di spostarmi ancora. Scherzi a parte, sto pensando di trasferirmi a Milano, nella capitale della discografia. 

In questo Paese si è mai sentita un pesce fuor d’acqua?

(ride, ndr) Un sacco di volte. Questo clima d’intolleranza, odio e discriminazione lo stiamo vivendo noi, ma anche il resto del mondo ed è per questo che, se fosse possibile, cambierei pianeta. Abbiamo fatto le cose peggiori e nessuno ha memoria storica. Faccio davvero fatica ad accettare questo abbrutimento generale ma, mai come stavolta, voglio essere speranzosa. 

Tutti gli artisti hanno infinite leggende sul proprio conto. Lei ne conosce qualcuna?

Dicono sia alta 1.65, quando sono 1.70! Battute a parte, no, non ne conosco e se ce ne sono, sono stati bravi a non farmele arrivare. Sono limpida come l’acqua di fonte e tutto quello che ho ottenuto, mi creda, è arrivato dopo una fatica non indifferente. 

Torniamo al suo più grande amore: la musica. Quanto manca?

Poco, pochissimo. Il disco è in fase di produzione e confido di farlo uscire a ridosso della primavera, mentre a gennaio dovrebbe esserci una bella novità. È stata la prima estate senza musica e non mi è piaciuta per niente, ma non avevo scelta: dovevo fermarmi.

Il suo libro si chiama Questa è l’ultima volta che ti dimentico. Parafrasando il titolo e stravolgendo la trama, cos’è la cosa che dimentica più facilmente?

Di prendermi cura di me stessa. Nonostante mi voglio molto bene, sono distratta. Inizio benissimo e finisco male. Maledetta costanza. 

 

Ph. Alessio Albi

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