SE IL GAY POP FA FLOP

Pet Shop Boys, un tour acustico da dimenticare. Con Neil Tennant che stecca sui lenti, e le canzoni veloci presentate e accolte in stile luna park. Addio a un’icona gay?

MILANO – Sembrava d’essere a un funerale e non t’era morto nessuno (per fortuna). Dire che il tour acustico dei Pet Shop Boys -per promuovere "Release" sia riuscito è impossibile. La playlist del concerto di domenica 16 giugno all’Alcatraz di Milano alternava un brano disco (quelli che hanno resi celebri in tutto il mondo) ai lenti con la chitarrra che ti facevano domandare "che male ho fatto?".

D’altro canto (positivamente parlando) sembrava d’essere alla palla di cristallo, ma dentro. Tutto quello che avevamo voluto essere 10/15 anni fa, in buona parte era diventato realtà: bel pubblico, in buonissima parte gay (pochi in coppia) misto con grande orgoglio e disinvoltura a moltissime coppie etero (di cui molte limonavano come a un concerto di Pupo). Equality show.

I Pet Shop Boys sono stati la colonna sonora per chi ha sensibilità diversa, sfacciatamente pop, e ha tra i 30 e i 45 anni. Cultura alta, ironia, understament … oggi, con 10 chili in più, nel pubblico e sul palco (Chris Lowe col doppio mento… quelle horreur!!!).

E’ la musica che ci ha aiutati ad esprimere quello che avevamo dentro, l’amore che nei libri di scuola o nelle prediche di mamma/preti/televisione/bar sport non trovava posto.

La cultura pop fa nella nostra epoca è rito di passaggio e di iniziazione: e i Pet Shop Boys ne sono stati un esempio glorioso.

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Schivi, pudici, hanno accettato la sfida di essere popstar prima e dichiararsi gay poi. Quasi inutile lo dicessero a noi… ma che bello lo hanno detto a tutti!!!! "Positive role models", correct. E pensate che rottura di palle, i giornalisti ignoranti dei 5 continenti che gli domanderanno tutti i giorni "perché l’immagine gay etc etc etc"

"No sex we’re british": i Pet Shop Boys hanno corretto la volgarità diminutiva della definizione "omosessuale" e arricchito quella di "gay", citando Shakespeare, Noel Coward e la tradizione brillante inglese, Stephen Sondheim e il musical classico, Benjamin Britten, Francis Scott Fitzgerald e la moglie Zelda …

E’ la bellezza che portiamo dentro e abbiamo sempre prodotto, vuoi perché siamo geneticamente diversi vuoi perché abbiamo imparato a difenderci facendo terrazzi fioriti più belli degli altri…

Ora cos’è rimasto di tutto questo nei Pet Shop Boys 2002? Poco, niente, addirittura il contrario. Un concerto di Claudio Baglioni o dei Pooh, con tutta la retorica/ricatto che gli artisti in via d’estinzione riescono a esercitare sui propri fedelissimi (effetto "morte in diretta con accendino"). E Neil Tennant che ogni tanto steccava sui lenti, e le canzoni veloci presentate/accolte in stile stadio o luna park.

Per dire quanto lo spettacolo fosse sconcertante, le ovazioni massime sono state rivolte alle canzoni non scritte da Tennant/Lowe ("Can’t get my eyes off you", "Where the streets have no name" … "Go west" è stata seguita con cori da brigata alpina).

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Li pensavamo diversi da Elton John ma pescano nel torbido anche loro.

Forse è l’Inghilterra satolla di Tony Blair dove l’arroganza ha preso il posto dell’understatement… ma ben poco è rimasto dei due pionieri del pop raffinato… dell’amore per Lady D o Liza Minnelli, disinnescare Eminem insinuando che dietro i peggiori omofobi possono essere le più velate.

Per chi vuole provare questo viaggio nel regresso, dopo la data di Milano e Roma, la più vicina sarà il Paleo Festival di Nyon, in Svizzera il 23 Luglio, ma ci sono ancora date in tutta Europa http://petshopboys.co.uk.

Speriamo che col passare delle tappe, il livello migliori, anche perché pagare ben 25 euro (con le t-shirt ufficiali a ben 30 euro) per sentirsi vecchi tutti insieme, era davvero too much.

Forza Neil, forza Chris…. Altrimenti il tour 2003 partirà dal Villaggio Vacanze Ibiza per la terza età, e continuerà con le Terme di Fiuggi e i beauty center raccomandati da Zsa Zsa Gabor!

di Paolo Rumi