Sem&Stènn pubblicano ‘Wearing Jewels&Socks’, il loro primo album

Il primo album del duo milanese che amplia la visione del clubbing, dell’essere parte della comunità lgbt, e racconta anche la loro intimità come coppia.

Ho (ri)incontrato Sem&Stènn in occasione dell’uscita del loro primo album, Wearing Jewels&Socks, che è disponibile da oggi su Spotify e su Itunes Store e che segue la pubblicazione del singolo (quasi) omonimo della scorsa settimana.

Mentre chiacchieravamo i ragazzi avevano la cena che cuoceva nel forno.

– Come si chiama il disco?

– Si chiama ‘Wearing jewels&socks’ come il secondo singolo estratto. Che è la canzone simbolo e il concept dell’album da cui  nato tutto il progetto. Sono 7 tracce che raccontano il corso di una giornata: dalla mattina, al party, al giorno dopo in cui finisce che ci ritroviamo in casa indossando solo gioielli e calzini.

 – Come si è sviluppato questo lavoro?

– La produzione e la scrittura si sono protratte per oltre un anno e mezzo. Non è stato scritto di getto, ma durante un vissuto in cui le tracce sono nate a poco a poco. L’ultima risale addirittura a due o tre settimane fa, proprio mentre terminavamo il mixaggio, l’unica che è arrivata già confezionata dalla testa al disco.

Ogni traccia racconta qualcosa del nostro vissuto. Volevamo essere il più autentici possibile. Storie che parlano delle nostre sensazioni più vere. Si tratta di un immaginario molto intimo come si evince anche dal singolo e dalle atmosfere del video. Una nudità che è sincertià e autenticità. È speciale perché di solito siamo molto discreti per quanto riguarda le nostre storie personali ma qui raccontiamo proprio la nostra intimità di coppia. La viviamo come una scelta coraggiosa perché è un po’ mettersi in piazza e hai paura che quella cosa lì che è solo tua venga come danneggiata. Ma è anche una scelta di azione nei confornti della comunità LGBT, di incoraggiamento. Perché essere gay è figo e può essere figo. E si può vivere nella maniera più ordinaria possibile, anche indossando solo gioielli e calzini.

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Poi chiedo ai ragazzi di spiegarmi brevemente le tracce una per una. In italic le impressioni dopo il primo ascolto.

1 Far Away With My Brain

Un pezzo scritto dopo il primo live a Roma. Racconta uan conoscenza interessante che abbiamo avuto con un ragazzo francese che si è fatto 80km in treno per venirci a sentire. Abbiamo parlato molto e siamo stati insieme tutta la notte. È il racconto di un addio a cuor leggero perché sapevamo che non l’avremmo più rivisto, una sorta di malinconia amara che però lascia sul fondo il bel ricordo di un’esperienza che non dimenticheremo mai.

Pet Shop Boys a go go nella fase post-rave degli anni 90. Beat scuro e chiose friccicarelle fuori metrica. Per domeniche mattina in palestra o sesso pre-clubbing.

 2 I Need Your Advice

Siamo delle persone molto sensibili a quello che chi ci ascolta pensa e prova nei nostri confronti. Questa canzone nasce come manifesto del bisogno di essere ascoltati e consigliati, perché ci sentiamo completi solo nello scambio con il pubblico. Come artisti far sentire la propria voce è complesso, e anche essere credibili in quello che si fa. Una captatio benevolentiae per la fanbase (ridono).

Scivola via con leggerezza e sospensione. Buon secondo pezzo che fa da contraltare al primo. Da ascoltare in macchina.

 3 Blue Heavy Blast

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Parla un po’ di quelle situazioni in cui ti senti paralizzato perché non succede nulla e vuoi smuovere le cose. Vogliamo raccontare quell’implosione che accade dentro quando hai la sensazione che le cose non cambino. In cui ti senti immobile mentre altri continuano a fare cose.  Un’esortazione a correre verso i desideri e realizzarli. Spesso ci sentiamo in ritardo sulle cose e sulla vita, ma è un’ansia che ci fa anche correre verso il nuovo.

C’è una texture più complessa sotto che ricorda i Daft Punk di Human After All. È il pezzo da ascoltare con le cuffie, per poterlo gustare pezzettino per pezzettino.

4 Baby Run

Already a classic, strizzando l’occhio a Pete Burns.

5 The Fair

Un omaggio alle nostre origini, nati come dj nei club. L’intento è creare un club athem. Un beat profondo da cantare e da ballare. Non solo perché siamo nati lì ma perché il club per noi è importante come luogo di aggregazione proprio storicamente, dalla New York di fine anni 70 con l’extravaganza, i gay, i neri e le bad girls. Il club come luogo che definisce le identità e quindi le rende reali e palpabili.

Edonismo da club, sexy come s’ha da fare. Intro M.I.A. E poi incursione in contemporaneità electro à la Yan Wagner. Tom e cowbell che incatentano il tacchetto dei chelsea boots al controtempo.

6 Jewels and socks

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Ne abbiamo già parlato qui.

7 Bullshit

L’ultimo pezzo che abbiamo scritto proprio a ridosso dei mastering. È l’unica venuta di getto e spontanea, nata dal nulla. Senza nessun riferimento specifico precedente. L’intro non c’entra niente col resto. Nel finale omaggiamo The Get Down (nuova serie di Netflix sulla club-scene di fine anni 70) che in quel periodo stavamo guardando a livello binge-watching. Volevamo un groove che creasse quel tipo di atmosfera. Per chiudere anche l’album con un po’ di festa e con un aspetto propositivo e di ‘rinascita’.

È il pezzo più liquido dell’album, affettato da colpi di tastiere anni 2000, molto polish e prima che la techno si riducesse a minimal. C’entravano i francesi forse. Un respirone che riempie i polmoni.

Potremmo descrivere l’album come una presa di coscienza, un viaggio verso la consapevolezza. 

 

Se volete sentirli dal vivo potete andare l’8 ottobre all’Alphabet Discorama, all'(ex) G Lounge di Milano, in via Larga. Un nuovo party dove i ragazzi sono dj resident e che descrivono come ‘atmosfera di pomiciate e allegria’.

Oppure il 20 ottobre al Goganga, via Cadolini 39, sempre a Milano.