36° Torino Film Festival, ecco tutti i film queer da Papi Chulo a The White Crow

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Vince il dramma famigliare Wildlife di Paul Dano. Qualità media buona per i lungometraggi a tematica lgbt.

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È stato l’anno dei film politici e delle commedie borghesi, questo 36esimo Torino Film Festival che si conclude con la vittoria di Wildlife diretto da Paul Dano, un dramma intimista con Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan sull’implosione di un nucleo famigliare a fine anni Cinquanta, tratto dal romanzo Incendi di Richard Ford (ma l’incendio di cui si parla non si vede mai).

 

Dal punto di vista queer, i titoli non erano particolarmente abbondanti ma la qualità media buona: il migliore in assoluto ci è parso il vitale biopic Colette di Wash Westmoreland sulla scrittrice bisex Sidonie-Gabrielle Colette, incentrato sul rapporto controverso col marito Willy (funziona in particolare la chimica di Keira Knightley con Dominic West). Ne parleremo in maniera approfondita in settimana: seguite il nostro speciale su Colette!

Tra i film gay è stata una bella sorpresa la malinconica commedia sulla solitudine Papi Chulo dell’irlandese John Butler in cui l’adone supremo Matt Bomer è Sean, un presentatore di previsioni meteo su una tv losangelina. Dopo un tracollo nervoso in diretta per l’abbandono del fidanzato, Sean è costretto a ferie forzate ma non riesce a stare da solo: intraprende così una bizzarra e improbabile amicizia con Ernesto (Alejandro Patiño), l’operaio cubano cinquantenne con moglie e figli che non sa una parola d’inglese e Sean paga non solo per farsi tinteggiare il terrazzo ma per fare footing insieme o remare su un laghetto come due innamorati, scatenando il gossip dei conoscenti. Pur sfiorando la farsa in più punti, il tono di Papi Chulo evita il trash mantenendosi agrodolce al punto giusto: i due mondi opposti messi a confronto e in comunicazione grazie alle nuove generazioni o a una canzone di Madonna dimostrano il bisogno di vero contatto e umanità al di là di finte amicizie solo virtuali. Papi Chulo vanta anche la più spassosa, e al contempo disastrosa, scena di rimorchio via Grind’r mai vista al cinema.

Ha una sua grazia anche la commedia indipendente francese L’amour debout di Michaël Dacheux in cui il vero protagonista è l’incantevole Parc de la Villette del XIX arrondissement parigino dove si muovono i personaggi di un’articolata ronde sentimentale: Léa (Adèle Csech) fa la guida turistica e si è appena lasciata con Martin (Paul Delbreil), cinefilo senza fissa dimora che organizza laboratori di cinema nelle scuole. Martin si scopre bisessuale e riesce a confidarsi con un amico etero che lo ospita a casa sua: non è poi così difficile trovare un uomo disponibile a Parigi!

Chi ama i film francesi sottilmente intellettualistici, molto Nouvelle Vague (in particolare Rohmer, con tanto di scansione in quattro capitoli, uno per stagione), autoreferenziali, intrisi di passione per la Settima Arte, amerà L’amour debout e quella sua aria svagata e vagabonda. Non ha ancora una distribuzione italiana.

Delude, invece, l’atteso Pretenders di James Franco, scimmiottamento finto-post moderno di Jules & Jim, triangolo poco appassionante tra un fotografo di colore, un critico cinematografico e un’attrice femme fatale che si chiama proprio Catherine come l’indimenticata Jeanne Moreau del capolavoro truffautiano. Lei interpreta una versione teatrale rivista in chiave femminile di Ultimo tango a Parigi e conosce i due maschi che si contenderanno il suo amore nel 1979, dopo una proiezione dell’emblematico La femme est une femme di Jean-Luc Godard. Ciò che pulsa nel film di Franco è proprio l’amore per il cinema, molto meno quello per i personaggi, prigionieri in riduzioni monodimensionali di prede e cacciatori, cliché ritriti di carnefici sentimentali e vittime. Nulla a che vedere con l’ironia dissacrante e geniale del precedente (e fenomenale) The Disaster Artist.

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Non male, infine, il biopic The White Crow di Ralph Fiennes che ricostruisce la vita di Rudolph Nureyev dalla nascita su un treno in corsa alla richiesta di asilo politico in Francia per sfuggire al rientro coatto nell’Unione Sovietica. Per una volta viene rispettata la lingua di origine, e, pur essendo una produzione inglese, tutti parlano – immaginiamo correttamente – russo. Fiennes, al suo terzo film da regista, si ritaglia il ruolo chiave del mentore di Nureyev, Pushkin, che arriverà ad ospitare a casa sua donandogli in silenzio persino il talamo della moglie.

La produzione è piuttosto sontuosa, la sceneggiatura di David Hare mai banale (la struttura a puzzle dei flashback rende il biopic meno tradizionale di quello che sembra) e nel cast ritroviamo anche Adèle Exarchopoulos nel ruolo dell’amica Clara. A interpretare Rudolph Nureyev è stato chiamato un vero ballerino, Oleg Ivenko, più somigliante però a Gianni Morandi che all’originale. Peccato poi che l’omosessualità di Nureyev si riduca a una storiella di letto con un collega efebico mentre si dà molto più spazio alla liaison peccaminosa con la moglie di Pushkin.

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