Arshad Khan: “Vi racconto il documentario sul coming out con mio padre”

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Intervista al regista pakistano vincitore del premio del pubblico al River to River Indian Film Festival col toccante documentario Abu – Father.

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È stata la rivelazione all’ultimo River to River Indian Film Festival di Firenze dove si è aggiudicato un plebiscitario premio del pubblico.

Stiamo parlando del regista pakistano Arshad Khan, autore del toccante documentario Abu – Father, una sorta di Tarnation in salsa curry in cui racconta la storia della sua famiglia emigrata dal Pakistan al Canada attraverso materiale d’archivio realizzato dallo stesso Khan nel corso della sua vita. Si focalizza in particolare il rapporto col padre tradizionalista e la sua reazione all’inatteso coming out di Arshad fino a una sorta di confessione reciproca sul letto di morte del genitore, davvero commovente.

L’abbiamo intervistato.

Come è nata l’idea di realizzare l’emozionante documentario Abu – Father?

Studiavo cinema all’università Concordia a Montréal quando mio padre si ammalò gravemente e poi morì. L’anno seguente feci un cortometraggio di cinque minuti per ricordarlo e mi resi conto di essere seduto su una miniera d’oro di archivi di famiglia. Decisi di utilizzarla per raccontare una storia più ampia sul rapporto molto complesso con mio padre.

La sua famiglia come ha reagito alla decisione di rendere pubblica la loro storia personale?

Mia madre pensava inizialmente che stessi facendo un film per glorificare mio padre, così ha deciso di concedermi un’intervista. Ma quando ho iniziato a rivolgerle domande toste si è resa conto di dove era finita. La mia famiglia è sempre stata molto aperta e a proprio agio di fronte alla videocamera poiché eravamo una delle prime famiglie nel nostro giro di Islamabad ad avere una camera VHS. Abu amava la tecnologia e ha sempre posseduto i gadget fotografici più nuovi. È stato comunque difficile convincerli a fare il film.

È davvero struggente il suo coming out: com’è ora la situazione per gli omosessuali in Pakistan?

La situazione per le persone che si auto-affermano e rifiutano di essere come gli altri, in qualsiasi società, si trovano di fronte a una sfida. Il Pakistan è stato costruito sull’esclusionismo religioso, proprio come Israele. I pakistani pensano di essere speciali e forse i portabandiera di un Islam migliore. Una carenza di educazione, la povertà, l’analfabetismo di massa e l’indottrinamento religioso saudita/Wahhabita ha reso difficile la vita per chiunque laggiù, non solo per la gente lgbtqi. Ma c’è ancora speranza.

Quanto è stato difficile affrontare il tabù dell’omosessualità coi suoi genitori?

Bisogna vedere il film per capire come i miei genitori gestiscono il mio coming out. I genitori hanno sempre un’idea ma non vogliono ammetterla.

Quanto la religione musulmana è ancora un ostacolo per comprendere il mondo interiore di un giovane omosessuale?

A Firenze c’era un cristiano tra il pubblico che aveva le stesse credenze dei musulmani riguardo all’omosessualità. L’ha persino paragonata alla bestialità. Il problema sta nelle religioni organizzate e nel rifiuto di riconciliare la natura umana con i loro credo religiosi arcaici.

Il rapporto fra lei e suo padre è molto coinvolgente. La scena finale di perdono reciproco all’ospedale è pura emozione… È stato difficile esporlo in una maniera così estrema?

Fare questo film è stato molto difficile, specialmente dal momento in cui mio padre non era più in grado di essere intervistato e dare la sua prospettiva. Comunque, penso di avergli reso giustizia rappresentando lui e la sua battaglia in maniera compiuta.

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Quali sono i suoi consigli a un ragazzo gay che desidera parlare a suo padre della propria omosessualità?

Dipende da che punto sei del tuo cammino. Spero che il mio film possa essere utilizzato come mezzo almeno per aprire un dialogo fra le persone che considerano l’omosessualità un’anormalità o contro la loro religione. Genitori, anziani e adolescenti sono una sorprendente fetta demografica che ama il mio film. Credo che la gente che rispetta i propri figli rispetti anche la loro sessualità. Coloro che non li rispettano hanno già problemi più grandi e devono confrontarvisi. Inoltre, il patriarcato e il maschilismo tossico sono una piaga per le nostre culture ma fortunatamente film come il mio possono alleviare questi modi di pensare. Il problema è che festival in posti quali Dubai, Egitto e Libano hanno rifiutato di mostrare il mio film e così opere come la mia non ottengono mai una vera piattaforma in posti dove sarebbero visioni essenziali fondamentalmente per i diritti umani.

Perché ha scelto gli inserti in animazione per alcune scene, specialmente quelle dei sogni?

Ho realizzato il film col 90% di materiale d’archivio e home video famigliari. Sono state utilizzate clip di Bollywood e Hollywood per rappresentare alcuni miei sentimenti. Ma i sogni sono molto difficili da rappresentare visivamente. Ho incontrato un artista dell’animazione italiano straordinario, Davide Di Saro, che aveva proprio quello di cui avevo bisogno e che ha fatto un bel lavoro aiutandomi con l’animazione.

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