Cannes è donna: il ‘festival del rinnovamento’ è all’insegna del femminile anche un po’ butch

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Montée spettacolo, sì, e anche lesbiqueer: Kristen Stewart sembra sempre più Peaches, Elena Lenina travestita da Divine in versione russa.

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Donna, donna, fortissimamente donna: il 71esimo Festival di Cannes, che ha srotolato stasera il suo red carpet (resta vocabolo al maschile, ma andrebbe ‘genderizzato’ pure lui), ha già un forte imprinting tutto al femminile.

La giuria capitanata dalla generalessa Cate Blanchett che ci svelò personalmente, e assai gentilmente, non essere vero l’outing lesbico di un colorista indiano, si è presentata mano nella mano con le cogiurate che sono la maggioranza – una svogliata e sexyssima Kristen Stewart, sempre più lesbo-butch in stile Peaches, una dondolante Léa Seydoux, la sceneggiatrice Ava DuVernay, la cantante del Burundi Khadja Nin, a tal punto che i poveri maschi defilati (Denis Villeneuve, Robert Guédiguian, Chang Chen, Andrei Zviaguintsev) non hanno detto praticamente nulla alla conferenza stampa di presentazione. “Siamo una giuria di militanti, di resistenti che vanno tutti nella stessa direzione” ha chiarito come meglio non avrebbe potuto la sconosciuta signora musicante burundese.

La Divina Cate va al sodo: “Per definizione, la Palma d’Oro è un premio che deve ricompensare un film per la sua totalità, dagli attori alla regia. È un film che deve durare nello spirito degli spettatori, oltre il festival. Ma ci sono molti modi per apprezzare un film. Io penso che sia necessario cercare di vedere e comprendere ciò che i registi vogliono esprimere. Tutti saranno giudicati con un criterio di equità”.

Ovviamente il resto è tutto all’insegna del #metoo e il 12 maggio ben 100 donne sfileranno in Montée contro le violenze dibattendo tutto il giorno sull’argomento.

Ma la vera (e brutta) novità di quest’anno è che sono state abolite le anticipate stampa per i giornalisti che quindi verranno calpestati dall’ultima invitata ottuagenaria monegasca alla presentazione di gala di un qualsiasi film di cui potrebbe scrivere il giorno prima, dove vuole, di chi dovrebbe farlo per professione: follia. Il delegato generale Thierry Frémaux parla di restituzione dello spirito delle vere anteprime mondiali ‘contaminate’ dai giudizi di fuoco sui social ma per i giornalisti resta una mazzata senza precedenti. Altro che divieto dei selfie in Montée.

La prima, vera Montée des Marches è stata un delirio di bizzarrie e provocazioni, con una damazza di nome Elena Lenina, eclettica presentatrice, modella e scrittrice, più volte definita la ‘donna peggio vestita a Cannes’, bardata praticamente come Divine con capigliatura himalayana e una serie di aculei dorati come nemmeno se ne vedono addosso alle undicenni svampite al Carnevale di Nizza.

Non mancava la sciura-lampadario, tale Samira Wiley con capigliatura a micro-cristalli di luminaria, perlomeno un’abat-jour graziosa da guardare. Una delle prime dive a solcare il red carpet più glam del mondo è invece una luminosa Julianne Moore, elegantissima in tinta e sempre sorridente.

L’attrice americana Julianne Moore. (Nicholas Hunt/Getty Images)

Il film d’apertura, come ormai da diversi anni a Cannes, non è più il titolo super-spettacolare esclusivo che il pubblico aspetta con ansia: no, è un film d’autore garantito ben poco glam, di solito per nulla spettacolare e di solito dimenticato dopo due giorni. Ashgar Farhadi è il migliore regista iraniano vivente e questa volta, in ‘Tutti lo sanno’ con Penelope Cruz e Javier Bardem, loro sì vere star, perlomeno, si reca in Spagna per una storia di misteri famigliari e sentimenti repressi. Loro sono bellissimi sulla Montée des Marches, e la Cruz sembra sempre inclinarsi un po’ per non far vedere che il marito è decisamente bassino (machissimo, per carità, ma bassino: lo baciammo anni fa a Torino, con inchino necessario; è assai simpatico).

Il film più atteso resta il violentissimo The House That Jack Built del geniale maestro danese Lars Von Trier riammesso a Cannes dopo les boutades hitleriane di sette anni fa alla conferenza stampa di Melancholiaperché ha scontato la sua pena” come ha detto Frémaux: pare però che sia lui a non voler andare di persona a parlare del film sulla Croisette, come già aveva fatto a Berlino con Nymphomaniac.

Noi competiamo con l’agreste Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher e il cupo Dogman di Matteo Garrone: vista l’aria che tira ha più possibilità di entrare in zona premio la personale autrice di Corpo Celeste e Le Meraviglie. L’omosex Euforia della Golino è in competizione ma al Certain Regard.

Puntiamo però sul film gay di Honoré ‘Plaire, aimer et courir vite’ che potrebbe diventare il nuovo 120 BPM con amore e malattia negli anni ’90 (e l’amatissimo Pierre Deladonchamps de Lo sconosciuto del lago nuovamente alle prese con scene erotiche, pare, davvero ardite).

Continua invece la maledizione sul film di chiusura Don Quixote, forse non proiettabile per questioni di diritti legali: pare che il regista Terry Gilliam abbia avuto un ictus a Londra.

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