Chi ha paura del colore rosa?

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Coincidenze interessanti: il colore rosa, simbolo delle donne e delle identità altre, è storicamente stato rifiutato dal patriarcato così come dalle bandiere nazionali. Perché?

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“Non lo prendere rosa, è da donna.” “Ma rosa? Sei fr***o?”

Il rosa è il colore delle femmine. Un colore di transizione, ambiguo, un rosso sbiadito, un bianco colorato. Viene evitato come la peste dai maschi perché essere femmine è degradante. Viene scelto per tutti i prodotti al femminile come marchio identitario.

Anche il vino, se è rosa, diventa cosa da donne.

Il rosa è un colore infantile. Passivo, inutile. Il colore di chi resta a casa. Di chi gioca.

È il colore della pelle, della carne, della nudità. Il colore della vergogna di genere. Il colore dei deboli. Politics of shame.

I nazisti marchiavano gli omosessuali maschi con un triangolo rosa e gli ebrei omosessuali con un triangolo giallo e un triangolo rosa, a formare una stella della duplice vergogna.

Il rosa è per eccellenza il colore degli stereotipi. Del micro-controllo patriarcale quotidiano, onnipervasivo nella società. Rosa sono tutti i non-maschi: le donne, i froci, i bambini. Gli inferiori, quelli che vengono dopo. Anche se, a dire il vero, i bambini maschi meglio che siano azzurri, per abituarli allo status privilegiato che gli spetta una volta un po’ cresciuti. Il rosa è il colore del residuo patriarcale, di ciò che al patriarcato non interessa se non in senso strumentale e quindi resta indietro, viene dimenticato, cancellato dalla storia del mondo.

Il rosa è un colore che non c’è praticamente su nessuna bandiera. Per questo forse il movimento LGBT l’ha fatto proprio. Le bandiere nazionali hanno sempre usato colori definiti, inequivocabili, netti. Perché le bandiere hanno lo scopo primario di creare identificazione. E così sono stati usati perlopiù i sei colori di base dello spettro cromatico. Il rosa mai. Perché il rosa è un colore pallido, debole, disarmato.

È un colore delicato. Il rosa è sempre stato rifiutato dalla politica, confinato alle copertine dei libri di poesie o dei romanzi emotivi, quindi da femmine.

Negli anni ’60 e ’70 si iniziò a riflettere su questo svilimento del rosa. Tra le altre cose, nell’ambito delle creazioni per l’infanzia, nacquero i Barbapapà, in cui non a caso il padre era, appunto, rosa.

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La prima versione della rainbow flag del 1978 conteneva il rosa (scelto come simbolo della sessualità) ma poi fu sostituito per indisponibilità di tessuto. Il rosa è un colore prezioso, difficile da usare nella produzione industriale perché sbiadisce, è instabile. Si muove. Fa paura. Al momento una delle pochissime bandiere che contiene il rosa è la bandiera transgender. Guarda caso le persone transgender rappresentano la provocazione massima alla visione fissista, “naturale” della società.

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Tra gli indiani d’America chi transita da un genere all’altro era particolarmente valorizzato. “Due spiriti” venivano chiamati. E a loro si riconosceva un particolare valore sociale e culturale. Le persone credevano che i “Due Spiriti” fossero una cosa sacra e bellissima perché con la loro presenza ricordavano la possibilità di alterare i confini, di transitare tra i regni, attraverso una mossa speciale, divina.

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Oggi gli individui trans ancora troppo spesso vivono ai margini, costretti a forme di vita precaria, oggetto di violenze intollerabili. Vengono colpiti e uccisi, in una sorta di terribile eccesso di zelo nel sottolinearne la carica rivoluzionaria.

Oggi dopo Brexit, in un’Europa barcollante e profondamente in dubbio sul proprio futuro, in tanti cercano di invocare la fine dei nuovi e vecchi nazionalismi, delle identità piccole, chiuse.

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Il rosa è il colore delle identità fluide, sfuggenti, di cui dovremmo tutti smettere di avere paura. Perché si ha qualcosa da perdere solo se si pensa che sia così.

Finisca l’era degli stati-nazione, insomma, e venga il tempo di una politica della delicatezza e della co-appartenenza. 

Stiamoci addosso, senza bisogno di capire sempre tutto.

Venga il tempo delle bandiere rosa.

Jonathan Bazzi

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