Elezioni 2018, i grandi partiti hanno dimenticato le candidate lesbiche

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Milena Cannavacciuolo fa le pulci alle candidature per le imminenti elezioni, sottolineando l'assenza di lesbiche dalle liste dei grandi partiti.

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Il 40% è stato uno dei tanti grattacapi per la composizione delle liste.

L’attuale sistema elettorale, il cosiddetto Rosatellum, il cui funzionamento non è ancora chiaro (forse nemmeno al deputato PD dal quale prende il nome), prevede che nessun genere possa essere rappresentato per più del 60%. Un modo nemmeno troppo elegante per introdurre le quote rosa, al fine di mantenere “alta” la rappresentanza femminile in Parlamento. Almeno sulla carta: bisogna vedere quante di queste donne saranno elette.

Al di là del fatidico 40%, c’è un particolare che non passa inosservato: il movimento LGBT+ italiano negli ultimi anni sembra aver dimenticato l’attivismo al femminile. Nella rosa dei candidati LGBT+ alle prossime elezioni politiche, i grandi partiti schierano soltanto uomini: Yuri Guaiana e Leonardo Monaco per i Radicali, Ivan Scalfarotto e Tommaso Cerno per il PD, Antonio Rotelli per Liberi e Uguali.

E le donne? Le donne sono candidate con una forza politica molto piccola, Potere al popolo, che nei sondaggi raggiunge a stento l’1% delle preferenze. Tra queste Simona Deidda, protagonista insieme alla compagna Stefania Mocci della prima puntata di Stato Civile.

Non è stato sempre così, anzi. La prima deputata lesbica dichiarata è stata Titti De Simone, ex presidentessa di Arcilesbica, eletta nelle fila di Rifondazione Comunista sia nel 2001 che nel 2006. A seguire, nel 2008, Anna Paola Concia ottenne un seggio alla Camera come deputata PD. Suo il primo, disperato quanto fallimentare, tentativo di introdurre una legge per il contrasto all’omofobia. Dalla scorsa legislatura ad oggi, invece, le donne lesbiche e bisessuali dichiarate sembrano essere sparite dalla politica, almeno a livello nazionale.

Uno dei motivi potrebbe essere la “tradizionale” scarsa visibilità delle lesbiche rispetto ai gay. Basti pensare che per insultare un uomo che ama gli uomini esistono decine e decine di termini, molti di origine dialettale, mentre nel sentire comune la parola “lesbica” viene considerata di per sé un insulto. Poi ci aggiungiamo la radicalizzazione di un’associazione come Arcilesbica, che dovrebbe rappresentare le donne lesbiche e bisessuali, schiacciata su posizioni sempre più escludenti, ossessionata com’è dalla battaglia contro la GPA, e il gioco è fatto.

Nonostante ciò, le donne attiviste sono tante, molte più delle sparute iscritte all’associazione delle “lesbiche estreme”. Allora perché non far sentire la propria voce anche attraverso la politica? È una domanda la cui risposta di sicuro non arriverà dalle prossime elezioni politiche. Ma che come Movimento dovremmo porci. La rappresentanza (e questo vale per le donne, quanto per le altre sigle del variegato mondo LGBT+) è fondamentale, se vogliamo far valere i nostri diritti.

di Milena Cannavacciuolo
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