La Prière, alla ricerca di sé stessi in una comunità religiosa di soli maschi

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Interessante ma un po’ legnoso il dramma di Cédric Kahn premiato a Berlino per la migliore interpretazione di Antony Bajon.

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Diventare prete significa avere una storia d’amore con Gesù”. Queste parole, ai limiti della blasfemia, sono sostanzialmente ciò che dice il padre spirituale del giovane tossico sulla via dell’espiazione nell’interessante ma onestamente un po’ legnoso La Prière (La Preghiera) di Cédric Kahn che abbiamo visto in Francia.

L’orsetto ventitreenne Antony Bajon, generosamente premiato all’ultima Berlinale con l’Orso d’Oro come migliore attore, interpreta con stile naturalistico Thomas, un tossicodipendente che taglia i ponti con la società entrando a far parte di una comunità protetta religiosa di soli maschi. Le regole sono durissime: nessuna intimità (Thomas non viene mai lasciato solo ma controllato a vista da un altro ricoverato, Pierre – Damien Chapelle – una sorta di ‘angelo custode’), rinuncia totale degli oggetti personali, persino della biancheria intima, estenuante lavoro nei campi, lunghe preghiere collettive. Anche nei momenti distensivi di rappresentazioni teatrali il gruppo delle ragazze viene tenuto a distanza e i maschi interpretano anche i ruoli femminili con soffici parrucche come nel teatro elisabettiano. Ci sono tavoli separati per uomini e donne persino durante i picnic collettivi nei prati.

Il referente dei giovani ingressi è il severo Marco (Alex Brandemühl, Amedeo di Savoia nel pastiche queer Stella Cadente), ex alcolista responsabile della disciplina interna degli ospiti della comunità che spiega a Thomas l’importanza del rispetto delle regole come ultima ratio per non ripiombare nell’incubo della tossicodipendenza.

Senza giudicare, con uno sguardo rispettoso ma un po’ distante, il regista insiste sull’importanza del rito della preghiera in lunghe scene reiterate dando però l’impressione che siano più utili da un punto di vista della terapia psicologica che dell’afflato mistico: c’è ben poco di metafisico in queste comunità di recupero, sembra dirci Kahn, e la religiosità che si manifesta è molto basica e terragna, improntata com’è alla ricerca di sé stessi più che sulla valorizzazione di ciò che significa fare del bene agli altri.

Gli unici momenti di affetto sono lunghi abbracci fraterni che servono più a tenere a bada le crisi convulsive che rappresentare veri momenti d’interazione solidale.

Anche il bizzarro ruolo della suora Myriam, interpretato da una fassbinderiana Hanna Schygulla, apparentemente dolce e amorevole ma pronta a sonori schiaffi non appena ritiene che la fede dei ragazzi mascheri semplicemente una messinscena, è la riprova di un rigore e una freddezza che mette in discussione l’intero progetto riabilitativo.

Torna alla mente l’illuminante saggio di Michel FoucaultSorvegliare e punire. Nascita della prigione’ in cui si legge: “Da dove viene questa strana pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali?”.

Solo quando Thomas conoscerà una ragazza per la quale proverà un trasporto sentimentale, riuscirà a capire nel profondo le sue vere necessità: il banco di prova sarà una vera e propria crisi mistica durante una gita in montagna dove la vicinanza con l’Altissimo e una prova di sopravvivenza gli faranno chiarezza nel profondo della sua coscienza.

La Prière non è stato ancora acquistato in Italia ma potrebbe interessare qualche distributore attento alle ultime novità del cinema d’autore internazionale.

                                                                                  

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