Lettera al marito di Virginia Raggi

di

La civiltà oggi permette alle donne di essere libere e potenti e di lasciare la famiglia a casa, esattamente come da sempre gli uomini possono fare.

CONDIVIDI
2.3k Condivisioni Facebook 2.3k Twitter Google WhatsApp
85113 12

Caro Andrea Severini,

non mi va di infierire sulla carne viva di questioni emotive private, su legami delicati che vivono e muoiono tra le mura di casa, anche se proprio tu hai provato a rendere pubbliche faccende che pubbliche non sono. In ogni caso, scrivo a te per quello che rappresenti, della tua persona non so quasi niente: ti scrivo in risposta alla tua lettera aperta di cui tanto si è parlato, simbolo ai miei occhi di tutto un repertorio di atti e atteggiamenti dell’uomo verso la donna o per meglio dire del maschile verso il femminile.

Ebbene: l’elezione di Virginia Raggi al ballottaggio di domenica 19 giugno non ti riguardava, anche considerato il fatto che tua moglie mi sembra di capire stia pure per diventare la tua ex moglie. Quindi nel tuo gesto si coglie soprattutto la consueta invadenza puerile – che sa diventar cafona – che spesso molti uomini hanno verso le donne. Un senso di proprietà inestinguibile, che non viene meno neanche alla fine di un rapporto.

“Quante volte ti ho detto che ti vedevo bene come sindaco e che ero sicuro che ce l’avresti fatta? Così è stato!”: questo scrivi, come a rimarcare un merito. Insopportabile poi questa prima persona plurale che torna e ritorna – noi, noi, noi. Praticamente ti senti eletto pure tu, la donna qua non ha nessuna “stanza tutta per sé”, come scriveva Virginia Woolf riferendosi alla storica mancanza di spazi privati per le donne, condizione che a lungo ha impedito il fiorire di un’arte, di una letteratura femminile. Lo spazio che conquista la donna lo deve immediatamente condividere, volente o nolente, col marito mentore.

Una delle grandi priorità per le donne, come ha scritto in questi giorni Michela Murgia, è quella di affrancarsi dalla tendenza che le riduce sempre ai suoi legami familiari. L’uomo appartiene al mondo, alla scena pubblica, ha quello statuto lì, alto, nobile, meritevole delle cose serie, la donna invece appartiene al bagno e al tinello e quando arriva in certe posizioni ci arriva così, accidentalmente. Il legame con la casa e la famiglia non viene mai meno, si continua a ridurla al proprio ruolo di figlia, di madre, di moglie.

La tua lettera mi sembra importante e meritevole di attenzione perché investe la vittoria elettorale di Raggi (impariamo a togliere quell’eloquente articolo determinativo – “la” Raggi – che sminuisce le personalità femminili) di un qualcosa di amatoriale, di poco autorevole, ufficioso. Tenta in definitiva di ridurre la sindaca di Roma alla moglie di Andrea Severini, che è arrivata dov’è arrivata grazie all’incoraggiamento pregresso e attuale del marito. Nonostante sia più famosa di te, abbia più potere e responsabilità di te, a te deve essere ricondotta. Non basta mai, non è mai sufficiente, la donna sconta un deficit ontologico, originario.

Le donne non saranno mai autonome finché non si smetterà di vederle col grembiule anche se siedono in parlamento o in Campidoglio. O di giudicarle esteticamente anche se hanno scelto carriere diverse da quella della modella o di ragazza immagine. O ancora, per tornare con la memoria a un fatto di qualche mese fa, finché non sarà per loro possibile togliere la giacca durante una conferenza per il caldo senza che l’uditorio (maschile) rumoreggi.

Leggi   Roma, licenziato il cameriere dello scontrino omofobo

In Italia, come la tua lettera conferma, sembra sempre che la donna sia un’appendice, un prolungamento dell’uomo – prima del padre, poi del marito. La tua lettera lo conferma perché nel momento in cui tua moglie vince una competizione elettorale così importante ti sei sentito subito in diritto di diffondere quelle righe che, oltre a rendere pubblica la vostra privatissima situazione sentimentale, di fatto hanno occupato forzatamente la scena, una scena che non può, non deve essere solo della femmina di casa.

Tu, il marito, hai fatto valere qualcosa come un’appartenenza asimmetrica, tipica cifra del rapporto tra i sessi, quantomeno in Italia. Un rapporto che permette una presa della parola così indelicata. Qualcosa che ricorda un po’ l’atteggiamento del padre verso la figlia quando questa ha il saggio di danza. Un paternalismo di base che rappresenta la versione soft del tipico maschilismo all’italiana, mentre quella hard è data dai mostruosi esempi di violenza ormai all’ordine del giorno. Un paternalismo che ti spinge addirittura a dare consigli a chi collaborerà con tua moglie, esattamente come farebbe il padre che affida la figlia a un nuovo uomo.

E’ ora di spezzare il nesso simbolico che storicamente ha collegato la scarsa forza fisica femminile al predominio maschile: la civiltà oggi permette alle donne di essere libere e potenti e di lasciare la famiglia a casa, esattamente come da sempre gli uomini possono fare.

Jonathan Bazzi

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...