Raffaella Carrà: “Io, madrina del World Pride di Madrid e icona gay”

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"Sulla tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”".

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Una lunga intervista quella fatta da Massimo Gramellini a Raffaella Carrà e pubblicata su Corriere.it. Un’intervista che prende il La proprio dal ruolo che la grande signora della tv italiana ha per la comunità LGBT, ruolo in questi giorni celebrato in occasione del World Pride 2017 di Madrid.

Raffaella Carrà, come si diventa madrina del World Pride 2017 e icona planetaria dei gay?

«L’ho chiesto a un amico gay, direttore di una rivista in lingua spagnola: “Que te gusta de mi persona?”. Lui mi ha guardato come se fossi una torta al cioccolato: “Todo”. La verità è che morirò senza saperlo. Sulla tomba lascerò scritto: “Perché sono piaciuta tanto ai gay?”».

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Già, perché?

«Mi hanno cresciuto due donne. Tre, contando la nurse inglese: severissima. Mia mamma Angela Iris fu una delle prime a separarsi nel dopoguerra. Non si risposò più. Nonna Andreina era rimasta vedova di un poliziotto originario di Caltanissetta che si chiamava Dell’Utri. Per addormentarmi mi cantava le arie d’opera, piene di disgrazie. E io: “Nonna, cantami qualcosa di allegro, diobono…”».

 Le mancava la figura maschile? 

«Mi vergognavo di non averla. E nascondevo la verità. A scuola, quando mi chiedevano che cosa avevo fatto col babbo nel fine settimana, mi inventavo la qualunque».

Ma lui, il signor Pelloni, dov’era?

«Aveva un caseificio a Castelfranco. Con la mamma le cose erano andate male subito. La prima notte di nozze lei l’aveva passata su una poltrona. Ma io non mi arrendevo. Proposi un fioretto a mio fratello Enzo: se mamma e papà tornano insieme, non mangiamo più banane».

E vostra madre?

«“Se volete che torni con lui, lo faccio, ma sappiate che sarebbe il sacrificio più grande della mia vita”. Ci guardava coi suoi grandi occhi blu, che splendevano su quella pelle bianca da normanna su cui non aveva mai lasciato battere il sole. Fu una freccia al cuore. Non glielo chiesi più».

Con il papà vi vedevate?

«Ogni tanto ci veniva a prendere. Un uomo buono e gentile, ma inaffidabile. Non aveva alcun senso della famiglia. In casa il babbo era la nonna. D’inverno si occupava di commercio di stoffe e d’estate apriva un bar-concerto a Igea Marina, dove cantavano anche Morandi e Gianni Pettenati».

E lei dov’era?

«In un collegio spagnolo, a Bologna. Al pomeriggio frequentavo la scuola di danza con il sogno di diventare…».

…la Carrà.

«No. Una coreografa come Maurice Béjart».

Un fuoriclasse. E un gay.

«Amavo il lavoro dietro le quinte. Apparire non mi interessava. E neanche fidanzarmi. Al centro sperimentale di cinematografia uscivo solo con i gay. Quando in sala si faceva buio, loro non cercavano di tastarti…».

Era molto puritana?

«No, è che il babbo ogni tanto telefonava per chiedermi se ero ancora vergine, minacciando in caso contrario di togliermi da mia madre e dal centro sperimentale. Ero così terrorizzata da quella spada di Damocle che fino ai 18 anni non mi sono lasciata toccare con un dito…».

Ha anticipato la moda della ragazza con amico gay.

«Mi facevano così tenerezza che dicevo alla mamma: perché non me li lasci portare tutti a vivere a casa nostra?».

Sua madre credeva in lei?

«Quando esordii in “Io Agata e tu”, mi chiamò per dirmi: “Ma eri tu in tv? Non ti ho mai visto così potente”. In famiglia l’artista era lei: negli atteggiamenti, almeno, perché poi non ci hai mai provato. Io invece sono calma e pigra. Ma appena salgo sul palco un’energia si impossessa di me e mi trasformo in un uccello che prende il volo».

E quando torna al nido?

«Il babbo che cercavo l’ho trovato in Gianni Boncompagni, che aveva 11 anni più di me. Finalmente mi sono rilassata. Per tutta la giovinezza mi era mancata la spalla a cui appoggiarmi».

Erano gli anni di Canzonissima, la costruzione del mito.

«Ricevevo tante lettere di ragazzi gay. Scrivevano: “Non mi suicido solo perché ci sei tu”. Con loro diventavo io la spalla a cui appoggiarsi».

E che cosa rispondeva?

«Se nel tuo corpo ci sono dei geni più prepotenti nei confronti del tuo sesso, devi accettarti e devi risolverti».

Continuano a scrivere?

«Nei piccoli paesi la loro condizione è difficile ancora adesso. Ho ricevuto la lettera di uno steward di Trenitalia: non posso più vivere, tutti mi fanno la guerra. Ho risposto: “Non deprimerti, è la tua battaglia, devi vincerla”. Per me il mondo non è fatto di gay e di etero, ma di creature».

Le daranno della buonista.

«Non lo sono, ma amo la tenerezza. È la chiave dell’amore. Quello che resta quando finisce il fuoco del sesso».

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