Animali da palestra

Se domani sparissero tutti i gay della Terra, tutte le palestre chiuderebbero. Alla faccia degli stereotipi, non c’è palestra che non sia piena di gay, pronti a fulminarti per qualche rotolino.

Il seminario del corso di Antropologia Culturale era dedicato agli stereotipi sociali. Le lezioni si tenevano in un vecchio cinema dismesso ed erano sempre gremitissime, un po’ perché non avevamo ancora preso l’andazzo degli studenti degli anni successivi di saltare le lezioni, un po’ perché il professore aveva l’aria da Chatwin ma con quel retrogusto da militante comunista che ai miei tempi ancora affascinava moltissimo.

Insomma si prendevano in esame le ragioni per cui si formano i preconcetti, cosa li rafforza e quanto questi partano da eventuali dati oggettivi. Una lezione venne dedicata agli omosessuali. Ovviamente io in prima fila (ma seguito a ruota da tutti gli altri omosessuali della facoltà che corrispondevano quasi interamente alla popolazione di iscritti maschi) ascoltavo senza bisogno di prendere appunti.

A domanda del professore su un episodio legato agli stereotipi sui gay, una collega dal fondo alzò la mano raccontando che il suo fidanzato era convinto che tutti gli omosessuali avessero la “r” moscia, commettendo una gaffe clamorosa dato che quella del professore era del tutto inesistente.

Ora sappiamo tutti benissimo che non basta una pronuncia blesa per fare un gay come neppure le braccia corte per essere ebreo, ma quando sono in palestra e mi guardo intorno e faccio la conta di quanti gay ci sono rispetto al totale dei presenti, è innegabile che la quantità abnorme di omosessuali corrobori lo stereotipo dell’omosessuale attento alla forma fisica.

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Ovviamente quella degli italiani non ha nulla a che vedere con l’ossessione patologica che invece hanno nelle grandi città americane dove i gay disinteressati alla panca piana vengono considerati dei paria relegati ai margini dei bar più alla moda.

Per valutare quindi quanto fosse vero lo stereotipo del gay “gym addicted”, sebbene nessun istituto di ricerca me lo avesse chiesto, l’ultima volta che sono stato a New York mi sono allenato per un giorno alla David Barton Gym. Mi avevano detto infatti che se l’ambiente gay newyorchese fosse un corpo umano, quello sarebbe il suo ombelico.

Avete sentito certamente di quella storia dei coccodrilli nelle fogne di New York, ecco, io pensavo che tanta enfasi nel descrivere questa palestra come un crogiuolo omosessuale rasentasse il mito, e invece…

Se vi capita di finire sul suo sito internet, non fatevi ingannare dalle foto dove vengono ritratte anche delle donne. Non solo non ve n’è traccia, ma credo che neppure siano ammesse per fare le pulizie. Gli arredamenti avevano quel che di accennato che potremmo descrivere come una versione barocca dello stile Versace, ma quello degli anni ’90. Eppure non era ancora questa la cosa più sorprendente del fitness center quanto la presenza di faretti su tutte le macchine che, nelle tenebre della sala, investivano come occhi di bue i clienti (del resto Broadway è a pochi isolati di distanza). E tutto questo sotto una musica house con livelli di volume da concerto degli U2.

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Ora, al di là dello sforzo che di per sé implica una seduta d’allenamento, potete solo immaginare cosa significhi farlo sotto gli sguardi di quelli che non sono dei gay ma degli ultra gay, cesellati come metopi del Partenone, severi negli sguardi e implacabili nel giudizio, dalle sopracciglia sempre arcuate a sottolineare il disappunto per chi è portatore sano di forme fisiche meno che vitruviane. 

Per di più, la sala pesi ha ampi finestroni che danno sulla strada che si trova in pieno Chelsea, dove trovate a passeggiare meno etero di quanti ce ne siano tra gli atleti di un campionato europeo di pattinaggio sul ghiaccio. Questo significa che, dove finiscono gli sguardi degli avventori, cominciano quelli dei passanti che si assiepano lì davanti sorseggiando caffè bollente. Ecco allora che quella che dovrebbe essere l’occasione per scaricare la tensione di una giornata di lavoro si trasforma in una specie d’esame di stato, una fiera del bestiame dove a parte controllarti tutti i denti in bocca, per il resto subisci la stessa scrupolosa disamina, aggiungendo allo sforzo fisico un opprimente stress psicologico. Risultato: credo di aver prodotto così tanto cortisolo (meglio noto come l’ormone dello stress) da essere uscito più grasso di quando sono entrato.

Ora, con i dovuti distinguo, anche la mia palestra è piena di gay sebbene sia in periferia, non faccia parte di nessuna catena internazionale, non abbia neppure l’aria condizionata e soprattutto sia priva di sauna quindi, quanto di meno appetibile possa esserci per la popolazione gay. Nonostante questo, la percentuale di omosessuali va ben oltre il 10% della popolazione (e io considero solo quelli di cui ho la certezza).

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Il dato mi porta quindi a credere che nonostante quel seminario di antropologia culturale avesse cercato di dimostrare il contrario, alcuni stereotipi rischiano di essere una caratteristica culturale piuttosto che un preconcetto posticcio, e dopo una ricerca sul campo in puro stile Mead applicata di qua e di là dell’oceano posso confermare che sì, è vero, i gay, prima ancora che sensibili, dotati di gusto e incredibile senso estetico (!!), sono prevalentemente animali da palestra.

Certo, basterebbe chiamare in causa gli orsi per smentirlo ma è pur vero che tutti i gay che conosco frequentano una palestra (o quanto meno sono iscritti) ed è per questo che a volte mi viene da pensare che se domani l’intera popolazione omosessuale dovesse sparire dalla faccia della terra, in capo a un mese Madonna aprirebbe un chiosco di hot dog ma soprattutto chiuderebbero in egual misura tante palestre quanti seminari.

di Insy Loan ad alcuni meglio noto come Alessandro Michetti