Fenomenologia dell’analità: da cosa nasce la mortificazione dell’ano?

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Come mai a molti eterosessuali risulta così difficile accettare che il sesso anale non è affatto disgustoso, degradante, abietto — soprattutto per chi lo riceve?

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«Se voi sapeste come si gode deliziosamente quando un grosso cazzo ci riempie il didietro; quando, affondato fino ai coglioni, vi si dimena con ardore e ritirato fino al prepuzio vi si riaffonda fino al pelo! No, non c’è al mondo intero un godimento che valga questo» scriveva de Sade nella suo romanzo Justine, settecentesca bibbia del libertinismo. Se noi omosessuali non possiamo che limitarci a constatare la semplice saggezza del divin marchese, come mai a molti eterosessuali risulta così difficile accettare che il sesso anale non è affatto disgustoso, degradante, abietto — soprattutto per chi lo riceve? Le ragioni dell’omofobia sono complesse da districarsi nei loro nodi socio-antropologici e anche economici: certo è che essa si lega al sentimento, tutto culturale, del disgusto verso l’ano e l’analità, e che questo disgusto viene utilizzato come alibi per estendere all’intera categoria di persone praticanti il sesso anale un giudizio negativo e discriminante. Vediamo come.

Il disgusto, spiega il professor Paul Rozin in A Perspective on Disgust (1987), ha un complesso contenuto cognitivo basato sull’idea di assorbimento di un elemento ritenuto contaminante: le secrezioni corporee, ad esempio, sono ritenute contaminanti perché ci ricordano la nostra animalità e la nostra mortalità. Entrare in contatto con sperma, feci, muco ci riconduce all’animalità del nostro essere, proprio quando all’uomo preme delineare un confine fra sé e gli animali. Soprattutto, essendo i fluidi corporei dei prodotti di scarto, essi svelano la nostra stessa vulnerabilità al decadimento, il nostro stesso divenire prodotti di scarto. Gli escrementi e l’ano squalificano quindi il corpo intero subordinandolo all’anale: l’ano è l’essenza stessa della bassezza, dell’infimità e dell’intoccabilità, perciò deve essere circondato di proibizioni per evitare reazioni di disgusto, fra cui l’atto della penetrazione. Quest’orifizio è considerato una mera via d’uscita, e l’idea dello sperma che si mescola alle feci è vista come la più ripugnante — e pericolosa — di tutte. Ma la storia è un bel po’ più complessa di così.

Nel libro Anatomia del disgusto (1998) il giurista William Miller ci dice che la maggior parte delle culture, e particolarmente la nostra, ritengono che l’ano non sia tanto contaminante, quanto contaminabile. Infatti «colui che esegue la penetrazione nell’ano non si degrada nella stessa misura di chi la subisce, o addirittura non si degrada affatto. Il penetratore esegue un atto di dominio, di profanazione e di umiliazione dell’altro, e nel far ciò rimane relativamente incontaminato». Ciò ci fa capire che l’ano è in realtà un punto sacro, persino più della bocca: la cavità orale è più tollerante nei confronti di ciò che introduce (oltre al cibo, s’intende), mentre se l’ano viene profanato l’onta per il soggetto penetrato può durare per sempre. Questo dato ci porta a considerare un livello più complesso della basilare reazione di disgusto verso l’analità, descritta in precedenza: d’altronde, è sufficiente una simpatica peretta a rendere quel luogo scevro da inconvenevoli sorprese. L’ano, innanzitutto, sta in fondo alla schiena e la parola fondoschiena serve ad indicare l’area di cui è il centro. Anticamente, esso veniva definito anche fundament, il fondamento: l’ano, punto più basso del corpo, opera da funzionale sostegno a ciò che sta sopra, consentendo la possibilità stessa di “stare in alto”, di essere superiori. Questa nozione metaforica è carica di significati: l’ano è visto come il punto di appoggio da cui dipende la nostra dignità, e deve essere ben trincerato, altrimenti tutto ciò che vi è costruito sopra può franare. Proprio per questa ragione, però, l’ano è tentatore: esso è la porta d’ingresso al luogo più privato e personale dell’individuo, indica la rimozione di tutte le barriere della diversità. Qui arriviamo al punctum dolens: «l’ano è la porta che protegge l’inviolabilità, l’autonomia dei maschi», scrive Miller.

L’idea dell’impenetrabilità dell’ano maschile è chiaramente una questione culturale legata al genere sessuale. La penetrazione rientra in certa misura nel territorio del femminile, un territorio che molti maschi non sono disposti a riconoscere a se stessi: l’ano di un maschio è inteso come la sua unica vagina, e lasciarselo penetrare significa femminilizzarsi. Il giovane Mario Mieli, in Elementi di critica omosessuale (1977), aveva precocemente enucleato il problema nel paragrafo Cenni sull’analità e la pornolalia: il rifiuto dell’omosessualità è da rapportarsi alla rimozione della componente anale dell’Eros ad opera della società eteronormativa, che fissa definitivamente la libido alla zona genitale con primato del fallo e alimenta l’angoscia di castrazione maschile — la paura, appunto, di decadere dal piedistallo del modello virile che vuole il maschio esclusivamente attivo. Fare il passivo è disonorevole, abietto, doloroso: roba da femmine in senso dispregiativo, e infatti le donne condividono con le “checche” l’atteggiamento di disistima rivolto loro dal maschio ottuso, che, tutore dell’ideologia repressiva, usa espressioni scurrili come farsi fottere e prenderlo nel culo quali sinonimi di fregatura, stupidaggine e incapacità del soggetto ricevente, mentre fottere e metterlo nel culo sono espressioni indice di furbizia, successo e affermazione di sé. E da qui il cerchio si chiude. Le checche e le donne, in quanto ricettacolo del pene e dello sperma che io maschio mai vorrei ricevere, non solo sono esseri inferiori, ma anche disgustosi: consistono in un buco sporco di fluidi da fottere e abbandonare.

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