“Avrei voglia di mangiarla”. “Prego, faccia pure”.

Leccare, succhiare, mordicchiare, oppure addentare bene il partner? Perché il piacere non è uguale per tutti, anche se forse conviene evitare certe punte estreme. Per non restare infilzati.

Visto che il nostro direttore dei contenuti questa settimana è assente per motivi più che lieti (a proposito, complimenti!), ne approfitto per tirare fuori surrettiziamente un argomento sul quale eravamo in disaccordo (nel senso che non riuscivo a fargli credere che l’argomento potesse avere qualcosa a che fare col sesso).

 

Tutto è nato quando ho letto su internet queste dichiarazioni:

“La carne umana ha lo stesso sapore di quella di maiale, è solo leggermente più amara, più sostanziosa”: si trattava dell’inquietante ma attendibile parere del ‘Cannibale di Rotenburg’, all’anagrafe Armin Meiwes, quarantacinquenne condannato all’ergastolo per aver ucciso, cucinato e mangiato un altro uomo. “Da piccolo mia madre mi leggeva la favola di Hänsel e Gretel e io rimanevo impressionato quando il piccolo Hänsel doveva essere divorato. Dopo tanti anni ho realizzato questa fantasia e ho scoperto che la carne umana è davvero buona. Il primo assaggio naturalmente è strano, un’emozione indefinibile. È una bella sensazione sapere che Brandes è diventato una parte di me”.

Il signor Brandes era un 42enne tecnico informatico, omosessuale, coprofago, afflitto da turbe psichiche, incline a prostituirsi e automutilarsi per puro piacere. Meiwes cercava su internet persone disposte a farsi macellare e – sembrerebbe tra alcune centinaia disponibili a parole – scelse proprio lui.

Sotto l’occhio spietato di una telecamera ma con allucinante normalità, Meiwes gli diede da bere vino e lo imbottì di tranquillanti, poi gli tagliò il pene in erezione, lo ripassò in padella con aglio e olio e lo mangiarono insieme. Quando l’effetto dei sonniferi insieme all’emorragia causata dall’amputazione fecero perdere i sensi a Brandes, il cannibale gli tagliò la gola e cominciò a macellarlo, arrostendone e salandone le carni, che infine divorò, pare per un totale di circa 20 chili, prima di seppellirne i resti in giardino recitando preghiere.

Indipendentemente dal giudizio, il raccapricciante episodio svela l’inquietante realtà sommersa di persone (migliaia?) interessate a vivere la stessa esperienza, nel ruolo del cannibale o della vittima: un piacere che sposta i limiti della nostra capacità di comprendere. Pur ritenendo che tra persone consenzienti ogni rapporto sia lecito, per quanto liberali si possa essere, i nostri principi vacillano di fronte al cannibalismo. L’idea repelle ma ancor più inquieta: il rapporto – dove è sublimata ogni possibile azione, punizione o pena corporale che riguardi lo schifo o il dolore mescolati al piacere – non ha più solamente ruoli definiti e contrapposti. Siamo invece in un territorio dove la mente annulla il corpo, mettendo in scena una morte reale che diviene l’insuperabile fantasma erotico e contemporaneamente il più estremo gesto nei confronti di un’altra persona, alla quale si dà il permesso di divorarci, per divenire parte del suo stesso corpo (altro che qualche goccia di sperma, roba da dilettanti!).

Tra innamorati o amanti passionali, l’atto del mordere costituisce un topos: nutrirsi del corpo dell’altro ed esserne completamente soddisfatti, quasi non ci servisse più acqua, aria, luce e naturalmente cibo. Come la fatidica domanda “Non ti basto?”, a supporto del concetto di monogamia sessuale, che richiama alla mente un supermercato dove si può trovare tutto senza il bisogno di recarsi altrove.

I due tedeschi in un certo senso hanno messo in pratica questo desiderio senza possibilità di ritorno (visto che adesso uno dei due è in prigione e l’altro è morto) e in esso si sono realizzati e insieme annullati come esseri umani, quasi come Giulietta e Romeo o i tanti suicidi per amore. Uno dei due ha preso l’organo genitale dell’altro e lo ha mangiato, non si è limitato a leccarlo, succhiarlo, prenderlo completamente in bocca fino quasi a strozzarsi, come può succedere ai più smaccati amanti del rapporto orale. Non ha mordicchiato un capezzolo o lasciato un succhiotto sul collo o l’impronta dei denti su una coscia, ma ne ha trangugiato le carni fino a che ha potuto.

Quando il rapporto con il corpo dell’altro si sposta verso una pienezza carnale da assaporare, quando l’immaginazione e il voyeurismo cedono a un contatto fisico totale, l’oralità prende il sopravvento e il contatto con l’epidermide e con la consistenza delle carni non bastano ma si sente la voglia di affondare i denti, si forma l’idea che l’altro diventi parte di noi. Se poi si giunge a concepire che di due corpi se ne formi uno solo, per quanto abominevole possa essere, ci troviamo forse di fronte a un desiderio erotico-sentimentale oltre il quale non vi è più nulla.

Insomma, è sesso? E’ amore? E’ una folle passione oppure solo una perversione aberrante? Con un pizzico di ironia si potrebbe dire che possiamo ancora rinunciare a certe punte estreme, fermarci prima, senza per questo passare per reazionari. Voi cosa ne pensate?

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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di Flavio Mazzini