Escort, questi sconosciuti

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Se ne parla come di UFO, dimenticando quanti e quanto comuni siano i ragazzi che si prostituiscono. E dimenticando che i clienti sono ancora di più (e sono...

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Visto che andrà presto in scena – dal 15 aprile al 4 maggio a Roma, poi il 14 e 15 maggio a Milano – la mia commedia "Vestito piaccio, nudo convinco", che racconta una giornata di lavoro di due ragazzi di vita, oltre a farmi pubblicità (il teatro ne ha bisogno), ne approfitto per tirare fuori un paio di sassolini riguardo un argomento che pare di moda ma di cui si parla con superficialità e un moralismo ipocrita che non ne aiuta la comprensione né offre reali soluzioni. Ammesso che se ne possano trovare.

Io trovo che, a volte, concedendo la superficie si conservi intatto il resto, che il corpo protegga come una guaina quel che si ha di più prezioso, quello che – almeno per me – non è in vendita: idee e sentimenti. Non pretendo di possedere la verità ultima sulla prostituzione, però posso almeno raccontare la mia concreta esperienza di prostituto con uomini di ogni età, ceto, professione (e soprattutto stato civile). Come ho fatto lunedì scorso ad Uno mattina, rispondendo alle domande di una signorina gentile e professionale.

Al termine dell’intervista, Luca Giurato (quello, per intenderci, che viene continuamente preso in giro da Striscia) ha detto: "Personalmente prendo le distanze da questa penosa confessione. Per capire i talebani facciamo i talebani allora, per capire i kamikaze facciamo i kamikaze… Ma andiamo!". Presumendo di ragionare per paradossi, non lo ha sfiorato il dubbio che compito del giornalista possa essere proprio di infilarsi tra i talebani o tra i kamikaze, rischiando di persona per raccontare la verità. "A me personalmente mi ripugna", ha concluso coerentemente Giurato, mentre la sua collega, con maggiore rispetto della nostra lingua, ha comunque parlato dell’intervista come di "una testimonianza shock, esperienza estrema, forse eccessiva, davvero forte".

Non si capisce dove sia lo shock, visto che prostituti (uomini e donne) ce ne sono a migliaia e ancora di più sono i clienti – mica parliamo dei cannibali di qualche sperduta terra africana. In un anno e mezzo di esperienza sul campo io ho conosciuto tantissimi ‘colleghi’: immigrati che battevano per sopravvivere e mandare soldi alle famiglie all’estero (o tirare avanti, a poco più di vent’anni, una moglie e più figli), ma anche molti italiani, studenti universitari, disoccupati, magari professionisti del loro settore momentaneamente in cattive acque.

Con qualcuno ho collaborato saltuariamente. C’è chi è stato molto gentile con me, chi mi guardava con sospetto, chi ha perfino tentato di derubarmi o comunque di spremermi per quanto possibile, perché noleggiare se stessi può trasformarti, renderti smaliziato, a volte cinico. Sono controindicazioni del mestiere e bisogna fare attenzione che i soldi non diano alla testa. Ci vuole sangue freddo, stomaco forte ma soprattutto un cervello ben collegato.

Dovendo stilare un breve abc del prostituto, ho finito per sintetizzare: "1) Non farti incastrare al telefono. 2) Sii molto chiaro su: come sei fatto, la prestazione che offri, i soldi che chiedi. 3) Collabora solo con persone di cui puoi fidarti e che puoi avvertire in caso di necessità. 4) Sorridi sempre, ma non dimenticare mai che il cliente è con te solo per una cosa: magari è una brava persona e ha più bisogno di compagnia che di sesso, ma tu non lo puoi sapere. Devi tenere gli occhi aperti, evitare problemi, capire cosa vuole fare, cosa vuole sentirsi dire e riuscire a mandarlo via soddisfatto nel minor tempo possibile".

Tutti i rischi vengono corsi in prima persona, senza mai sfruttare nessuno e senza nemmeno divertirsi troppo, nè a letto né fuori. Il prostituto deve fingere di essere eccitato, di provare interesse per quello che l’altro dice o fa. Perché, se questo lavoro esiste, non è merito suo ma di chi paga: solo se c’è la domanda ha senso che ci sia l’offerta e quindi è il cliente a mettere in moto il tutto, anche se questo la televisione non lo dice.

Noi siamo abituati a Pretty Woman e al bel Richard Gere, ma la realtà è un po’ diversa. Il cliente può essere un personaggio bizzarro, ambiguo, a volte gentile, altre spietato. Uno che riesce a camuffarsi e ad apparire magari come un normale padre di famiglia. Talvolta perfino ai propri stessi occhi. Per questo motivo, stanco dei soliti luoghi comuni, avevo scritto un libro che parlava dei clienti. Non per condannare le debolezze umane ma per rivelarle per ciò che sono, senza veli davanti agli occhi, scorgendo in chiunque, nelle persone più ‘insospettabili’, dei possibili clienti.

Sono convinto che, se in Tv invitassero un cliente, lo metterebbero di spalle come un pentito di mafia. Quando invece i clienti sono in mezzo a noi. Forse siamo tutti noi. Per questo sono tornato più volte sull’argomento e ora ho deciso di mettere in scena questa mia commedia, sconfinando quasi nella farsa, senza però tradire la realtà, almeno quella che ho visto con i miei occhi. Ad esempio, cosa significa ‘collaborare’ in questo settore, quale rapporto di fiducia, quale intesa si può instaurare, per far fronte alle difficoltà e consentire al tempo stesso di condividere una banalissima quotidianità in una situazione tanto anomala.

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