Fuori dal letto: dalla macchina a una barca sottosopra

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Quando si è giovani e spiantati, la necessità e l’ingegno (e gli ormoni) riescono a trovare valide alternative a un letto comodo. Anche in assenza di boschi.

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Anni fa, quando vivevo ancora coi miei genitori, avevo la necessità di ritagliarmi spazi clandestini, per incontrare furtivamente dei perfetti sconosciuti senza incomodare mia madre a portar loro un caffè o uno zibibbo. I giovani, si sa, oltre ai brufoli, hanno il problema di non avere un posto dove farlo. E’ una questione antica, che non riguarda(va) solo il sottoscritto.

L’inconveniente, va da sé, non affligge chi fugge presto di casa, chi è molto agiato e può godere della propria libertà e nemmeno chi studia fuori sede: perfino i più spiantati tra loro riescono infatti a cavarsela quando il compagno di stanza è fuori o se si instaura una complicità che prescinde dall’orientamento sessuale. Ma per chi vive in famiglia la questione è annosa.

“Ora i miei non ci sono”, capita di sentirsi proporre, “se vieni subito riusciamo a farcela”. Ma la lotta contro il tempo non stimola chi, come me, ha passato da un pezzo i trenta: trovarsi in casa di estranei mezzi nudi con una mamma e un papà che rientrano all’improvviso da una messa o da un pomeriggio di shopping non è esaltante, nonostante ci si metta nella testa (e nelle mutandine) di chi prende rischi incomprensibili. Incomprensibili se non ci si ricorda di come alla loro età anche a noi gli ormoni ottenebravano la mente.

Capita infatti che anche il partner è giovane e senza una casa propria, oppure non più giovanissimo e con tante stanze, ma tutte ingombre dei giocattoli dei figli, che potrebbero rientrare da un momento all’altro insieme alla mamma. Una moglie, si sa, sul piatto della bilancia è perfino peggio da incontrare se si gira mezzi nudi in casa di estranei.

Per questo l’ingegno di noi gay (ma anche gli etero devono avere il loro da fare) si sforza di adeguarsi a una carenza di fondo: terrazze condominiali, sottoscala, cortili, parcheggi, piazzole dell’autostrada, autolavaggi… non sono solo ipotesi, ma luoghi reali in cui io stesso – come certamente molti di voi – mi sono trovato. Per non parlare della macchina.

Vecchia, malridotta, scomoda e nemmeno troppo discreta, la 127 rossa è stata la vera compagna dei miei vent’anni, la sola che mi ha accompagnato in tutte le avventure sentimentali ed erotiche, portandomi agli appuntamenti e attendendomi fedelmente in strada all’alba per riportarmi a casa. Ma è stata anche il tempio in cui, non di rado, si celebrava il rito di accoppiamento con fidanzati altrettanto spiantati o con amanti occasionali.

Una macchina si può amare, se si ha la sensibilità di scorgere, nelle tracce del tempo che la segnano a fondo, altrettante esperienze vissute insieme. Come un partner di lunga data, io maltrattavo e amavo la mia 127, che peraltro non era mai gelosa dei tizi che vi ospitavo, in parcheggi isolati e col favore delle tenebre. Talvolta perfino in pieno giorno e per strada, convinto che, se noi non eravamo interessati a quello che succedeva fuori, ugualmente nessuno avrebbe avuto interesse a guardare cosa succedeva dentro. Quando ci si scalda, si sa, il massimo che un cervello può – e deve – fare è ricordarsi di usare il preservativo.

Tanti anni fa, festeggiando al mare il ventesimo compleanno del mio fidanzato e non volendo rischiare una denuncia, ma soprattutto una disidratazione, decidemmo di lasciar le amate lamiere rugginose e fare l’amore in riva al mare (quanta poesia!). Ma, dato che il bel tempo aveva attratto in spiaggia anche altre persone, ci trovammo senza via di uscita. Però con una via d’entrata. Scomoda quanto si vuole, ma tutta per noi.

Cominciammo a scavare come talponi per ricavare un’apertura sufficiente per permetterci di infilarci sotto una barca che giaceva capovolta lontana dalla riva, poi ci adagiammo al suo interno tentando di coordinare i movimenti. Infine, terminata l’operazione, pieni di sabbia ovunque, sbirciammo l’orizzonte in attesa del momento giusto per dileguarci.

D’altra parte, non essendo nostra, non potevamo rovesciarla e tentare il mare. Ammesso che ne avessimo avuto la forza, sarebbe stato sgradevole trascorrere il compleanno circondati dalla guardia costiera o, peggio ancora, in attesa che la stessa venisse a salvarci dai flutti. In ogni caso garantisco che farlo sotto una barca è esperienza irripetibile. Nel senso che, una volta che lo hai fatto, ti passa la voglia di riprovarci.

 

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

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