Gay in ginocchio, dalla sauna a San Pietro

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Per la beatificazione di Giovanni Paolo II, Roma sarà invasa da gay credenti che non mancheranno girare per locali e luoghi d'incontro: inesplicabile dissidio, ipocrisia o autofustigazioni?

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Quando verrà pubblicato questo pezzo si sarà appena concluso uno dei due eventi più mondani dell’anno: il matrimonio del principe William con la cenerentola (solo di origini perché pare che abbia tanti soldi da comprarsi tutte le tenute dei Windsor, con tutta la regina dentro) Kate. Altro appuntamento attesissimo sarà poi quello che si svolgerà domenica a Roma: la beatificazione di Giovanni Paolo II. Non entro nel merito della questione religiosa e non sarò certo io a criticare il deprecabile commercio che si sta creando dietro l’evento dato che mi pare già il Messia si sia espresso piuttosto veementemente a suo tempo quando cacciò i mercanti dal tempio, ma mi limito a predire l’incredibile afflusso di pellegrini omosessuali che prima di andare a cantare i salmi in piazza San Pietro si saranno fatti il loro bel fine settimana finocchio nei locali della capitale (quindi, per gli amici romani, invito ad approfittarne). Il fenomeno ho avuto modo di riscontrarlo già durante le celebrazioni della giornata mondiale della gioventù ai tempi del futuro neo beato Wojtyla, ai suoi funerali (grottesco ma tant’è), alla proclamazione di Benedetto XVI e, manifestazione più laica ma sempre ancorata a principi cristiani, per la giornata della famiglia.

Si dice che non esista una fede senza contraddizioni e che solo dal dissidio interiore tra l’istinto umano e la sua sublimazione attraverso la fede si possa aspirare a diventare persone migliori. Sarà, ma rimango comunque perplesso quando vedo persone battersi il petto la domenica in chiesa dopo aver saltellato allegramente per quelli che sono ritenuti collettori di peccato come le discoteche gay o dopo aver, colpa ben più grave, addirittura fatto del sesso (promiscuo e senza sentimento o mosso dal più profondo amore poca differenza fa agli occhi della dottrina cristiana) con altri omosessuali. Qualcuno liquiderebbe la cosa parlando di semplice ipocrisia ma io vorrei andare oltre chiedendomi, davvero senza sarcasmo, come si possa essere cattolici e omosessuali senza rischiare di diventare schizofrenici.

Esistono associazioni di gay credenti (non necessariamente cattoliche) che con ammirevole impegno e sacrificio riescono a tracciare un loro percorso spirituale all’interno delle maglie strettissime della religione, ma quelli a cui faccio riferimento io sono invece i gay che sembrano vivere con disinvoltura la doppia pratica, erotica e religiosa, della genuflessione.

Una volta frequentavo un tipo che se le faceva tutte: discoteche, saune, after, orge; poche ore dopo, lo vedevi in un confessionale a mortificarsi per quanto fatto, salvo poi reiterare senza il minimo cenno di pentimento (almeno apparente) gli stessi comportamenti il fine settimana successivo confondendo il sacramento della confessione con un sapone per bucato. Lui mi parlava di "dissidio interiore inesplicabile", io lo leggevo come sistema di comodo per fare quel che più gli aggradava. Il ragazzo in questione non è certo una mosca bianca e ne ho conosciuti molti altri, forse meno spudorati, ma pur sempre contraddittori.

In tutto questo il dubbio che mi continuo a portare dentro è cosa spinga degli omosessuali a voler a tutti i costi restare all’interno di un’istituzione inospitale, ostile e respingente come la Chiesa cattolica. La storia poi che questa accolga tutti, biasimi il peccato ma non il peccatore mi è sempre sembrata solo una perifrasi illogica. Cosa significa "condannare il peccato, non chi lo commette"? Cosa significa accettare anche gli omosessuali purché non pratichino sesso, snaturando e frustrando in questo modo non un vizio ma una pura necessità affettiva? Non so, mi sembra che noi gay siamo campioni mondiali di autofustigazione: viviamo sensi di colpa mostruosi cercando per gran parte della nostra vita di dimostrare di essere abbastanza capaci quanto gli eterosessuali (come se poi fossero un reale esempio di valore).

Spendiamo lacrime e rimorsi per non essere stati i figli che i genitori volevano, gli amici che gli altri credevano fossimo. Una vita alla rincorsa di un ideale che sembra sempre essere migliore di quello che ci sappiamo costruire da noi stessi e poi, anche questa ulteriore autopunizione: voler essere accettati da una Chiesa (istituzione) che costantemente ci ricorda come la nostra essenza sia malefica, che agisce in modo tale da sobillare gli animi, istillando un odio subdolo e pervasivo che non fa altro che giustificare forme di razzismo e violenza. E nonostante tutto questo, ci sono gay che vanno in Chiesa implorando un perdono per una colpa inesistente.

La religione, si sa, è fondata sulla fede che in grande misura si basa sull’accettazione del mistero, ma quello dei gay cattolici rimane forse il più grande e insondabile. Che sia questa forse la vera prova ontologica dell’esistenza di Dio?

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