I GAY SON TUTTI BARACCONI

Sfatiamo qualche luogo comune. Qual è il vero rischio del sesso? Avere tanti amanti? Prostituirsi? Piuttosto la disattenzione. E a proposito di banalità, massimo rispetto per le baracconate.

Tra le tante mail che ricevo come reazione ai bizzarri appunti di questa rubrica mi giungono anche dati allarmanti riguardo la conoscenza delle malattie a trasmissione sessuale. Pur non essendo un medico vorrei sottolineare la pericolosità di certi luoghi comuni: le malattie non si prendono facendo sesso (protetto) con una persona dall’aspetto sgradevole, né facendone tanto, né facendolo per soldi, a dispetto di quanto credono purtroppo ancora in molti, romantici, bigotti o male informati che siano.

Il vero pericolo del sesso

Le malattie si prendono facendo sesso in modo disattento. Si possono contrarre l’Hiv, l’epatite o cose meno gravi anche restando fedeli al partner se lui non lo è, oppure in un solo rapporto con un ragazzo che ci fa impazzire e per il quale non sentiamo il bisogno di usare il preservativo. Ci vuole un po’ di sfortuna, certo, ma si tratterebbe di concorso di colpa, senza bisogno di scomodare la polizia stradale.

Se si fanno le cose perbene (come dicevano una volta le nonne) ci si può beccare roba tipo le piattole, fastidiosissime ma che non hanno mai ucciso nessuno. Se invece non siete attenti sappiate che né i luoghi comuni né i pentimenti hanno alcun effetto terapeutico. Per cui, meglio pensarci prima che pentirsi dopo.

I gay? Tutti travestiti

Se i lettori più giovani che mi insultano tutte le settimane mi permettono a questo punto una breve parentesi, vorrei soffermarmi anche su altri luoghi comuni che col sesso c’entrano poco ma che, a conti fatti, credo abbiano la loro importanza. Mi sono venuti in mente guardando la fotografia qui di fianco, che corredava un articolo del Corriere della sera di qualche tempo fa, con la didascalia “A ROMA – La manifestazione di sabato scorso a favore dei Pacs a Roma”.

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Ora, d’accordo che la mia città gode di un clima relativamente mite anche d’inverno, ma chi era in piazza Farnese quel sabato spero converrà che non si sono viste guardie svizzere e soprattutto nessuno calzava sandali. E poi, qualcuno sa spiegarmi dove si trova quella strada con le rotaie e i sercioni?

Il mistero è presto svelato: gli amici del Corriere, fregandosene della manifestazione e pure di Roma, hanno preso la prima foto che consentisse l’equazione Pacs = omosessuali = travestiti (il discorso, per par condicio, vale anche per Repubblica, il cui reportage sul web mostrava solo sconosciuti ragazzetti in pose pittoresche).

Piazza Farnese mancava del folklore del Pride e, per quanto io abbia del travestitismo e della baracconaggine in genere un’opinione completamente positiva, serve ancora spiegare alla gente che non tutti i gay mettono la gonna, al contrario di certi signori d’oltretevere, che amano anche anelli costosi e coloratissimi paramenti, assai più che mescolarsi alle donne?

Dato che mi si rimprovera di facili generalizzazioni, perché non segnalare a mia volta quelle di chi, ad esempio, confonde transessuali e travestiti (per quanto accomunati ormai sotto la dicitura transgender)? Non pretendo che leghisti e nazistelli si sforzino di comprenderne le differenze e rispettino chi affronta lunghi travagli. Certe persone il rispetto non sanno nemmeno cosa sia. Però sanno cos’è il cazzo, poiché sembra vadano tanto fieri del proprio, anche quando non ce ne sarebbe motivo. Al fine di non inceppare più in simili errori, li inviterei quindi a sperimentare sul proprio corpo la differenza che passa tra un travestito e una trans (a proposito, “una” e non “un”).

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^La parola giusta

Altra imprecisione che invece è ormai territorio esclusivo dei giornalisti (per quanto in Italia chiamarli così…) è la confusione tra coming out e outing, ossia tra l’uscita spontanea e la spiata. Si lasci l’onore delle armi a chi sceglie di dichiarare pubblicamente e in tempi ragionevoli la propria sessualità, diversamente da tutti quei cantanti e personaggi televisivi che si saranno anche arricchiti a forza di querele ma che comunque non ingannano nemmeno mia nonna.

Sono piccole sfumature forse ma, lo diceva il docile Moretti, le parole sono importanti, anche se pare non esservi via di mezzo tra il becero e il polically correct che, a sua volta, ha sancito il trionfo delle belle espressioni sui fatti. Ha perfino trasformato i sordomuti, senza che lo volessero, in “preverbali” e anche per noi crea bizzarre alchimie per timore di offenderci, di ghettizzarci.

Ignorano che noi ci siamo rimpossessati di tutta la terminologia dispregiativa che per secoli ci ha discriminati, volgendola a nostro piacere, bonificandola, come spero facciano anche i negri tra loro. Nonostante qualche finocchiona ancora si risenta sentendosi chiamare al femminile, tra amici si usano gli insulti più beceri, quelli che altrimenti andrebbero scomparendo insieme ai reduci di Salò. Sarebbe bello che certi politici ci dessero dei diritti, invece di preoccuparsi di trovare le parole giuste per chiamare noi e le nostre rivendicazioni.

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In compenso, il termine lieve e giocoso che ci caratterizza ufficialmente finisce per essere utilizzato perfino come insulto, come ho sentito dire ad una bambina sprezzante, in risposta a un bimbo che le aveva dato della mignotta. Non ha usato gli arcaici frocio o checca: no, gli ha detto proprio “gay”…

* * *

Flavio Mazzini, trentenne, giornalista, ha deciso di prostituirsi con uomini per raccontare le proprie esperienze nel libro “Quanti padri di famiglia” (Castelvecchi, 2005). Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso. Per scrivere a Flavio Mazzini, clicca qui.

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di Flavio Mazzini