INIZIARE A VIVERE

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Uscire dalla repressione e iniziare a vivere la propria sessualità. Scoprire il piacere di essere posseduti e nutrire la speranza di trovare l'amore. Non solo in provincia.

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Un lettore mi ha scritto, raccontandomi la sua storia. Vi sono contenuti, a mio giudizio, molti elementi che fanno luce sulle tante possibili strade che oggi percorre un omosessuale, in particolare un uomo maturo che vive in provincia:
Ho quasi 60 anni. Sono da sempre attratto dagli uomini ma ai miei tempi un uomo doveva sposarsi e farsi una famiglia ed io ho represso. Ho preferito sposarmi, anche se le donne non mi attraevano, fare tre figli, dedicarmi al lavoro.
Vivo in provincia, sono ancora nascosto, riservato, ma faccio viaggi da solo e sfuggo al controllo. Lo scorso anno sono andato in pensione e sentendomi più libero ho voluto provare. Non più solo video gay e seghe, ma finalmente farmi scopare (mi sento infatti passivo) da corpi giovani e sodi che mi sottomettano, mi facciano sentire il loro vigore e nelle cui braccia perdermi.
Ho scoperto di essere in grande compagnia, di non essere malato a desiderare certe emozioni e anche che i giovani attratti dai maturi sono molti (un paio mi hanno anche rifiutato perchè di aspetto troppo giovanile). Pensavo a ragazzi con mosse leziose o sculettanti, invece trovo maschi, pelosi e muscolosi e mi accorgo di aver perso tanto tempo. Un ragazzo mi ha detto che il cazzo è come una droga: una volta provato non se ne può fare a meno.
Però questi giovani, che in genere all’inizio dicono di avere la moglie e la ragazza (come ad avvertire che non sono froci), hanno paura di confessare ed accettare la propria identità sessuale e si limitano a una botta e via, mentre io vorrei complicità, sorrisi, amore e tanta passionalità.
Ho trovato solo un ragazzo giovane, attivo, carino, peloso e muscoloso, felice di essere gay, con tanti amori, tanti amici che lo accettano e una madre che gli lascia portare a casa il suo uomo (sposato): si amano e fanno vacanze insieme, pur non essendo la loro una relazione monogama.
Gli altri non accettano la loro condizione e alcuni sono proprio disperati, hanno paura che la famiglia venga a sapere, sono soggetti a pressione perchè la famiglia vuole che si sposino e perpetuino la specie o hanno paura di trovarsi soli un giorno.
Non sanno che saranno soli comunque, perchè insoddisfatti, come succede a me, anche se sono sempre impegnato nell’assicurare il benessere e la sicurezza economica ai figli, come se dovessi espiare qualche colpa. Io non ho avuto il coraggio di dirlo a mamma e soprattutto alla società. Forse ho pagato caro non assecondare la mia natura o forse sarei stato disperato per non aver avuto una mia famiglia ed affetti stabili
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La lettera mi è sembrata decisamente interessante, perché mostra una provincia…
Continua in seconda pagina^d
La lettera mi è sembrata decisamente interessante, perché mostra una provincia, a qualunque latitudine si possa situare, ancora incastrata in troppe relazioni clandestine, matrimoni di copertura, doppie vite, necessità di sfuggire al controllo, “dovere sociale” a perpetuare la specie e sensi di colpa verso una famiglia cui pure si cerca di non far mancare nulla.
Inoltre apre una finestra sulle categorie sessuali che non rientrato tra quelle più comuni (che monopolizzano l’immaginario gay) e sui loro tanti ammiratori, parlando di uomini maturi che cercano e che vengono però anche cercati da ragazzi più giovani. Risalta il conflitto tra i molti rapporti occasionali da una botta e via e la difficoltà a trovare l’amore e una relazione stabile, inseguita paradossalmente in questo caso da chi potrebbe avere più difficoltà a gestirla, vista la complessa situazione familiare.
Curioso anche che in lui permangano dubbi sul futuro del proprio passato: un’ossessiva incertezza su quale dovesse essere la strada da seguire e quanto sarebbe costata. Questo nonostante si sia reso conto delle tante persone che condividono la stessa condizione: segno che l’essere minoranza non significa essere soli (e quindi sbagliati).
Per concludere, mi piace sottolineare come nella stessa lettera convivano elementi drammaticamente opposti, come la percezione del tempo che si è sprecato e la considerazione che non è mai troppo tardi. O come il sospetto che molti ragazzi e uomini mentano – per primi a se stessi – mettendo subito avanti le mani con presunte fidanzate o mogli e, all’esatto opposto, che si possano vivere anche rapporti non proprio canonici ma felici, come quel ragazzo che frequenta un uomo, peraltro sposato, senza nessuna pretesa di fedeltà, ma è felice, lo presenta agli amici e perfino alla madre.
Al lettore e a chiunque si trovi in una situazione analoga (agendo, si intende, più o meno nello stesso modo in cui lui agisce ora), non saprei dare altro consiglio che di continuare a seguire il proprio istinto. Comprendo che il ritratto di questo spaccato di provincia è terrificante, ben lontano dalle prospettive che può offrire una grande città. Questo però non vuol dire che la situazione non possa migliorare, smettendo di farsi assediare dalle paranoie. Perché, se è per questo, non è difficile reprimersi o condurre un’infelice doppia vita, perfino a Roma o a Milano.
Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista “dall’interno”, e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.
Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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di Flavio Mazzini

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