IO SONO UNA DONNA!

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Le comitive gay e quelle lesbiche hanno poco fra loro da spartire. Mi è balzato ancor di più agli occhi durante un single party, quando a un certo...

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L’unica volta che ho parlato di lesbiche su questo sito l’ho fatto approfittando del cambio del coordinatore di redazione. Mi sono detto: “Ora o mai più!” e gli ho rifilato un pezzo che ha attratto pochissimi lettori ma in compenso numerose mail di ragazze inferocite.
Ci riprovo oggi per raccontare, più che l’universo saffico, una storia di solitudine, di cui ragazzi e ragazze bruttini sono spesso vittime. Purtuttavia non credo di ottenere maggiori consensi, forse perché non ho gli strumenti per capire quel loro mondo. Forse i gay e le lesbiche non hanno poi tanto in comune, a parte il fatto di amare una persona del proprio sesso o comunque di esserne attratti.
Le comitive di gay e lesbiche non sono molto diverse dalle mandrie di mucche che ruminano serene nei prati, o dalle spigole che nuotano felici tra loro nel mare. Nessuna mucca, che io sappia, ha qualcosa da spartire con una spigola, così come succede ai gay che non sentono alcun bisogno della compagnia delle lesbiche. Con l’unica differenza che mucche e spigole non frequentano gli stessi locali.
In alcuni luoghi di ritrovo omosessuali, invece, tra i puledrini e i meno giovani che gli girano intorno, sono presenti anche molte ragazze, che per separatismo ormai rinomato, occupano tavoli di sole donne senza mischiarsi ai loro colleghi maschi (per modo di dire). Nemmeno nelle serate in cui ci si diverte ad appiccicarsi tutti un numero sopra la maglia e scambiarsi bigliettini.
Tra i numerosi messaggi banali, sboccati o con pretese di romanticismo, i ragazzi carini affrontano la serata con aria di sufficienza. Quelli meno belli e più problematici la vivono invece come una grande opportunità per un incontro, finendo spesso delusi dopo tante speranze e dopo aver riempito di inchiostro decine di foglietti, mirando troppo in alto.
In una di queste serate di messaggeria scorsi in un angolo un tavolo di lesbiche capitanato da una mia amica, una ragazza priva di attrattiva che per discrezione chiamerò col nome fittizio di Lellona. Intorno a lei sedevano altre femmine del genere “virile e disadorno”, scarsamente affascinanti ai miei occhi ma soprattutto a quelli delle altre ragazze del locale.
Una di esse, che chiamerò Lelletta e che, seppure difficile da credere, era ancora meno attraente della sua capitana…
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Una di esse, che chiamerò Lelletta e che, seppure difficile da credere, era ancora meno attraente della sua capitana, sedeva in un angolo, giacca e camicia che facevano a gara per essere fuori moda, occhiali spessi, capelli corti e maltagliati, e sopracciglia senza un inizio né tanto meno una fine.
D’improvviso le arrivò un messaggio: «Entrando, ho incrociato il tuo sguardo. Devo assolutamente conoscerti. Numero 56». Il tavolo rimase scioccato. Lellona sorrideva bonariamente ma crepava dall’invidia. Io pensavo a uno scherzo dei froci cattivi, mentre Lelletta si aprì in un sorriso radioso che cercò subito di controllare per non dare nell’occhio. Ricordava un po’ Alberto Sordi quando, nel Vedovo, si sforzava di fingersi affranto alla notizia della morte della moglie.
La misi alla prova. Le strappai il biglietto dalle mani, dicendo: «Sii superiore. Non rispondere. Non darle soddisfazione». Ma lei fu schietta: «Sei pazzo? Sono tre anni che vengo qui ogni mercoledì e nessuna mi ha mai scritto». E corse all’appuntamento.
Dopo pochi secondi tornò. Aveva un’aria diversa, delusa e rassegnata. Non si trattava di un errore di numero, però, né di uno scherzo. «Come è andata?», le chiesi sorridendo. «Male», disse asciutta, «molto male. Il biglietto lo ha scritto un maschio. Credeva che fossi un ragazzo anche io».
Le risposi come un padre severo: «In fondo un po’ è anche colpa tua. Dovresti truccarti e curarti di più per evitare questi equivoci». E lei: «E perché mi devo truccare? Io sono una donna!».
Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista “dall’interno”, e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.
Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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di Flavio Mazzini

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