Lo famo (in un posto) strano?

Un incontro a sorpresa in un luogo dove non avremmo mai pensato di ‘accoppiarci’ contiene certamente dei rischi ma è anche tanto eccitante.

Avrei voluto trattare questo argomento qualche settimana fa ma il sabato coincideva con la festa della Repubblica e sarebbe apparso, in vista del gay Pride, un eccesso di sfregio omosessuale ai valori nazionali. In seguito lo stesso Pride avrebbe monopolizzato il nostro sito e ho dovuto ancora aspettare. L’estate mi sembra più indicata: i nazionalisti vanno al mare coi secessionisti e la sera fanno simpatiche grigliate in spiaggia col tricolore.

La storia che mi accingo a raccontarvi è in effetti poco edificante, ma almeno contiene un riferimento erotico e non sfigura in questa rubrica. Inoltre si riaggancia al tema più generale del contesto in cui si può fare sesso. Un corollario del classico "Lo famo strano", inteso non tanto come posizione o compagnia ma come luogo in cui consumare l’amplesso (o quel che viene).

Tutto cominciò quando, impegnato nella sua attività di storico dell’arte, un mio coinquilino si ritrovò in uno degli spazi espositivi del Vittoriano, altrimenti noto come Altare della Patria. Al momento del fattaccio, poche persone erano con lui: un signore anziano e un omone virile dall’aria latina. Dei tre fu proprio il più vecchio ad abbandonare per primo la sala, lasciando i due giovani da soli in contemplazione: lo spagnolo delle opere, il mio amico in una professionale alternanza con le parti anatomiche del virile iberico. Del quale non poté notare i decisi smottamenti nella zona inferiore. Ossia, le frequenti toccate di pacco e i conseguenti vistosi rigonfiamenti.

Ora, va precisato che al di là dell’inopportunità di mettersi a fare roba all’interno di un monumento nazionale, circondati da telecamere e da possibili continue incursioni dei custodi o di altri spettatori, nell’occasione vi era anche l’impossibilità di trasferirsi in altro luogo causa la mancanza di dialogo tra i due. Il mio amico ignorava infatti come l’altro avesse organizzato il resto della sua giornata. Inoltre, avendo già pagato un biglietto giornaliero valido per quella ed altre due mostre, si sarebbe ucciso piuttosto che sprecarlo. Esiste tutta una gerarchia di valori dinanzi alla quale le dimensioni non contano.

Finché il destino, nelle vesti di capriccioso satiro dallo scarso sentimento patriottico, vedendo primeggiare le esigenze dello spirito, decise di venire incontro a quelle del corpo. Mens sana in corpore sano, i due di comune intesa percorsero il corridoio antistante la sala, finendo per imbattersi nelle toilette. Vuote, prive di controlli e a pagamento: cinquanta ulteriori centesimi che permisero al mio coinquilino di verificare che la prospettiva del bozzo non era falsata dall’illuminazione della sala ma aveva un riscontro oggettivo.

Cinquanta centesimi utili anche a rendersi conto che quei bagni si trovavano in esatta corrispondenza con la tomba del milite ignoto, pochi metri più sotto. Una coincidenza che non aveva alcuna intenzione dissacrante e che non è dato sapere se lo stesso milite ignoto avrebbe biasimato, visto che anche il suo orientamento sessuale è di incerta attribuzione.

Ignoro se l’episodio – che alcuni potrebbero trovare disdicevole e che la Bertolini e Volonté sicuramente condannerebbero, invitando rispettivamente a non dileggiare il papa e a punire il medico che staccò la spina a Welby – abbia o meno una rilevanza ‘politica’. Ma finalmente ho capito perché il mio coinquilino si cura così tanto ogni volta che deve andare ad un convegno o a una mostra. E perché torna sempre così soddisfatto.

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.Per scrivere a Flavio Mazzini clicca qui

di Flavio Mazzini