Misterioso fascino dei nomi

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Se a Giulietta creava solo problemi che l'amato si chiamasse Romeo, ad altri invece certi nomi riescono a comunicare inspiegabili emozioni. E, a volte, una grande eccitazione.

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Quando avevo venti anni mi ero preso una cotta per un ragazzo. Non posso dire di esserne stato realmente "innamorato", perché si trattava più di una infatuazione fisica che di un interesse spirituale. Cioè, per quanto stessi bene con lui, mi divertissi e facessimo un sacco di cose insieme, di fondo il mio desiderio più vero (e nascosto) era di farci sesso.

Lo so, avrei potuto riempire questa pagina con mille attribuzioni dell’animo, inserire lamenti del cuore e spasimi della mente (o viceversa), dire che ai miei occhi lui rappresentava l’incarnazione di una divinità greca, il cui aspetto era solo il segno di una bellezza interiore. Oppure avrei potuto dilungarmi sul fatto che all’epoca credevo di voler convivere, di sposarlo o comunque di tenerlo per sempre al mio fianco.

Ma quello che credevo di provare a quel tempo è stato analizzato con maggiore lucidità e un pizzico di disincanto negli anni successivi. Si diventa critici più spietati di se stessi, senza per forza finire come vecchie acide (almeno non sempre), proprio perché da giovani spesso si è fatta tanta confusione, si è attribuita un’importanza eccessiva a dettagli non proprio fondamentali. Come, ad esempio un nome.

Già, perché il ragazzo in questione si chiamava Davide e il solo sentire quel nome era diventato per me motivo di grande eccitazione. Non mi ero infatuato di lui per il nome, tengo a precisare, ma da quel momento aveva cominciato a piacermi chiunque si chiamasse come lui e, tutte le volte che mi capitava di stabilire un contatto ravvicinato con una di queste persone, per quanto diversa potesse essere di aspetto, ecco che andavo in fibrillazione, mi sbrilluccicavano gli occhi, mi si seccava la gola.

Un desiderio di rivalsa si era impadronito di me, spingendomi alla conquista del malcapitato, salvo poi dimenticarmene un istante dopo. Perché nessuno di loro era il "Davide" originale, il vero oggetto del desiderio, il prototipo che univa un aspetto fisico magnifico (al mio sguardo) al vantaggio dell’immunità da ogni contatto intimo con me.

Quando con gli anni la passione per lui si è andata via via spegnendo e dal mio primo amore impossibile mi sono dedicato ad altre passioni, con sempre diverse miscele di interesse sessuale e spirituale, pure, nonostante tutto, i nomi hanno continuato a giocare un ruolo curioso. Quelli che non mi piacevano o che pagavano troppi precedenti negativi si alternavano a quelli di persone che avevo perduto o non avevo mai potuto avere, i nomi esotici o suggestivi ai diminutivi infantile o paesani, che non ho mai amato.

Una rete di corrispondenza esile e infantile quanto involontaria, sulla quale però un grande scrittore omosessuale come Oscar Wilde seppe costruire un capolavoro, tutto imperniato sulle sensazioni che può offrire un nome. The importance of being Earnest giocava sulle illusioni e sugli equivoci scatenati da una menzogna di fondo con impeccabile umorismo british che in Italiano fatica a trovare un equivalente ("Chiamarsi Ernesto", "Essere Franco", ecc.) per comunicare sicurezza, più o meno come nel mio caso Davide comunicava sesso. Banale quanto volete, ma vero.

Ugualmente mi capitò di emozionarmi dopo aver incontrato un ragazzo che si chiamava come un amico da poco scomparso ed al quale devo lo pseudonimo che tuttora uso. Quando lo incontrai di nuovo, scoprii però di aver sentito male e di aver confuso Fabio con Flavio, facendo scontare a quel poveretto una colpa che non aveva. Banale quanto volete, ma anche questo vero.

Se ho esitato a tirar fuori questa storia esile, mi sono dovuto ricredere quando pochi giorni fa un mio attore, parlando al telefono con un certo Carlo, manifestava tale gioia all’idea di rivederlo da spingere un altro attore a commentare: "Lo capisco. A me quelli che si chiamano Carlo mi sono sempre piaciuti".

Magari non sarà vero quello che dicevano i latini, ossia che ogni nome porta con sé un significato indefinibile che si trasmette alla persona. Magari aveva ragione Giulietta a credere che Romeo, anche si fosse chiamato diversamente, sarebbe rimasto quel gran bel pezzo di figliolo che era. Però pare che io non sia l’unico a subire lo strano fascino di certi nomi.

 

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.Per scrivere a Flavio Mazzini clicca qui

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