OSSESSIONE ETERO 2

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Ho perso quattro anni incollato a un ragazzo che consideravo "meraviglioso", per proporzioni fisiche, spalle ampie, bellissime gambe. Un inguaribile eterosessuale.

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Per completare la questione aperta la scorsa settimana su una sessualità più libera, svincolata da rigidi schemi e aperta a nuove possibili prospettive, devo anche mostrare l’altra faccia della medaglia. Rovesciando l’apparente ottimismo, ribadisco quindi un mio precetto: mai innamorarsi di un etero.
Personalmente credo di riuscire in pochi minuti ad essere immune al loro fascino (per quanto non è che non me ne accorga). So che quel bellissimo ragazzo non potrei mai averlo, perché desidera una donna e non me, quindi ho il dovere nei miei confronti di non perdere tempo con lui, nemmeno per chiedermi se sta dicendo la verità, se è contrattabile, se è solo uno ancora insicuro ecc.
Anche se capisco chi ci si diverte, chi è stimolato dalle cose più difficili e perfino chi è sinceramente preso dalla singola persona, io non ho tutto questo tempo da buttare. E poi ci sono già passato.
Ho perso quattro anni incollato a un ragazzo che consideravo “meraviglioso”, per proporzioni fisiche, spalle ampie, bellissime gambe. I modi un po’ grezzi ma imborghesiti me lo rendevano più affascinante eppure più distante. Bello ma difficile, timido e poco avvezzo all’altro sesso ma comunque inguaribilmente eterosessuale. Uno zitellone, avrei detto, se avesse avuto cinquant’anni. Ma ne aveva sedici. E io venti.
Morivo dietro all’odore della sua pelle, al suo sudore acre, più dolce dei suoi profumi.
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Morivo dietro all’odore della sua pelle, al suo sudore acre, più dolce dei suoi profumi. Sedevo dietro di lui sul motorino, atteggiato nelle più curiose posizioni, per poter avvicinare il mio corpo al suo, riservatissimo e impossibile da spiare, per quanta complicità paressimo avere.
Dopo ogni domenica mattina dedicata al pallone, unici a sfidare sempre e comunque l’arsura estiva o la tramontana, la pioggia e il fango, lo vedevo sudato, sporco di terra e d’erba, con le gambe arrossate dalle cadute e dalle irritazioni del prato. Si toglieva la maglietta, sempre con estremo pudore, mascherato da una prematura virilità, mi mostrava senza accorgersene il roseo colorito di un petto già muscoloso e ancora tanto vicino alle forme bambine, stimolando l’immaginazione su tutto ciò che non poteva essere visto e posseduto.
Schiena contro schiena, la mia gracile e sottile, la sua ampia eppure tenera, carpivo da ogni piccola parte della sua pelle il segreto del suo corpo, che amavo come non avrei mai amato nessun altro, come non avrei mai desiderato nessun altra cosa, finendo per odiare lui, i suoi limiti, le nostre distanze.
Ma una volta, dopo l’ennesima sfida a pallone, approfittando del fatto di essere da soli in casa, mi sono tuffato per primo nella vasca, pronto a far scivolare dolcemente e senza apparente malizia il caldo getto della doccia sul sudore del mio corpo nudo. Con la porta aperta.
Lui era fuori in attesa, loquace e per nulla spaventato dal mio corpo. Forse nemmeno incuriosito, ma all’epoca ero miope e senza occhiali non avrei mai potuto sapere cosa guardasse. Ma dopo toccò a lui, che cominciò a spogliarsi in assoluta tranquillità ed entrò nella vasca senza chiudere la porta e senza interrompere la conversazione con me, che mentre mi asciugavo, avevo inforcato gli occhiali.
Ebbi così la possibilità di vederlo per la prima volta completamente nudo, di constatare quanto tenero e rotondo fosse il suo culo e come fosse il suo cazzo che, per quanto privo di erezione, in quel momento era l’oggetto del desiderio per eccellenza.
Un cazzo normalissimo, non piccolo ma nemmeno enorme, in una posa normalissima ma con la schiuma che gli scivolava lungo il corpo e che confluiva tutta in quel punto, per poi definitivamente risepararsi. Quella stessa schiuma che gli copriva gli occhi, permettendomi di osservarlo senza paura di essere visto e di tradirmi.
Tanta familiarità sembrava naturale, come se fosse solo mancata l’occasione. Ma era davvero così? Sarebbe stato lo stesso se io avessi chiuso la porta o se avesse deciso di lavarsi lui per primo?
Conta poco forse ripensarci adesso. Ma sono cose che restano, come quel ricordo, quella passione così forte da durare anni e da non ripetersi mai più a quel livello. Per fortuna.
Flavio Mazzini, trentenne, giornalista, ha deciso di prostituirsi con uomini per raccontare le proprie esperienze nel libro “Quanti padri di famiglia” (Castelvecchi, 2005). Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.
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di Flavio Mazzini

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