PERCHÉ FA MALE?

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Spesso ignorato dalla sessuologia, il dolore nel rapporto anale è stato studiato da Simen Rosser. Che ha scoperto che a soffrirne è soprattutto chi non si accetta…

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In sessuologia si definisce dispareunia quella disfunzione sessuale che è caratterizzata dal fatto di provare dolore genitale (il più delle volte a carico della donna) durante la penterazione, dolore che deve essere persistente e ricorrente, tanto da diventare un impedimento al rapporto, da causare un certo disagio o problemi interpersonali, ad esempio con il partner. Il dolore genitale deve verificarsi ovviamente in assenza di problemi organici che lo possano giustificare.

Nelle ricerche sulle disfunzioni sessuali però, il dolore che si può provare nel rapporto anale è un fenomeno che è stato quasi totalmente ignorato, per cui, in effetti non abbiamo nessun termine che identifichi questo tipo di problema sessuale, ma un termine corretto sembra quello di ^Sanodispareunia^s.

Simon Rosser del Minnesota Department of Health nel 1997 ha condotto uno studio per investigare quale fosse la dimensione del fenomeno tra i gay. Attraverso un questionario sottoposto a 197 gay ha scoperto che il 61% del campione ha avuto nella propria vita esperienze di dolore nel rapporto anale ricettivo ed il 16% ha indicato di avere attualmente questo problema.

In una successiva ricerca pubblicata nel 1998 egli ha indagato sia la frequenza degli episodi riferiti di dolore sia la loro intensità, sottoponendo a diversi test un campione di 277 gay. Rosser ha così trovato che in molti gay il rapporto anale non è affatto doloroso (per il 25%), per una maggioranza (il 65%) lo è solo occasionalmente e comunque è sempre un dolore moderato, ma per una percentuale abbastanza ampia (il 12%) esso è associato in modo ricorrente e persistente ad un forte dolore. Lo studio ha poi analizzato quali fossero i principali fattori che, secondo gli intervistati, avrebbero potuto concorrere all’insorgenza del dolore nel rapporto anale:

un’ampia percentuale considera determinante la lubrificazione, la profondità e la velocità della penetrazione, la mancanza di rilassamento, la mancanza di adeguate attività preliminari come ad esempio la stimolazione anale digitale. Questo indica quanta importanza abbia, per la realizzazione di un rapporto sessuale soddisfacente, la capacità dei partner di comunicarsi le rispettive esigenze sessuali, di entrare sessualmente in sintonia tra loro. Ovviamente questa intesa è più facile che avvenga tra partner che hanno raggiunto un certo grado di intimità e confidenza. Va da sé che sia indispensabile che ognuno conosca la sua sessualità, le sue preferenze e bisogni, in modo da poterli esprimere chiaramente.

Incrociando i dati del questionario con altri test sottoposti al campione, Rosser ha poi scoperto che i fattori maggiormente correlati con la frequenza e la severità del dolore nel rapporto anale sono l’omofobia interiorizzata (il fatto di aver fatto propri atteggiamenti e convinzioni negativi nei confronti dell’omosessualità) ed il livello di accettazione della propria omosessualità (misurato secondo il modello di Cass). Evidentemente chi vive conflittualmente la propria omosessualità e non ha raggiunto un buon livello di accettazione della propria identità omosessuale spesso presenta delle difficoltà anche nel rapporto sessuale. In particolare il rapporto anale recettivo è, tra le pratiche della sessualità omosessuale, quella che mantiene la connotazione più negativa e meno accettabile per la cultura omofoba.

Di conseguenza è intuibile che chi ancora vive la difficoltà di liberarsi dai pregiudizi e dalle attribuzioni negative sull’omosessualità alle quali è stato lungamente esposto ha più probabilità di altri di vivere il rapporto anale con un’ansia elevata e di sviluppare una anodispareunia. Al contrario gli uomini che sono più “out” in termini di identificazione sessuale, che sono socialmente più a loro agio con gli altri gay hanno meno probabilità di avere questo problema.

di Massimo Piscitelli

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