“SCUSA, SEI EFFEMINATO?”

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Discriminati dai gay più maschili, apprezzati dai (finti) etero. Vedere comitive che sfrociano può essere fastidioso ma...

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«Sei effemminato?», mi chiedono spesso in chat. Al che io rispondo: «Con una emme».
«Scusa?»
«Effeminato si scrive con una emme».
In genere si offendono e chiudono. Qualcuno si giustifica, altri glissano (forse perché gli piaccio e vogliono continuare a provarci).
Resta il fatto che l’essere effeminato inibisce e infastidisce molti gay e che i ragazzi più vistosi, sculettando e atteggiandosi a geishe, spesso attirano categorie non proprio racchiudibili con l’aggettivo omosessuale. Buon per loro, come sono scansati e schifati dai loro pari appena un pochino più maschili, vengono ricercati e corteggiati, anche brutalmente – cosa che non sempre dispiace – da ragazzetti rumeni, nordafricani, da uomini sposati, da camionisti, da militari.
Un luogo comune, forse, ma i luoghi comuni nascondono grandi verità. E abbondanti scorpacciate di sesso, magari privo di prospettive matronali ma decisamente divertente. E che non sia questione solo di oggi lo testimonia un delizioso libretto di Goretti e Giartosio edito da Donzelli: La città e l’isola.
L’isola è quella del confino sotto gli ultimi anni del fascismo, la città è Catania, già all’epoca terra scanzonata di “arrusi” e dei loro uomini. La repressione colpisce gli omosessuali passivi, femminili, “invertiti” costretti a farsi ispezionare l’ano che DEVE risultare infundibuliforme, ossia a imbuto.
È un racconto di un’altra epoca, i gay sono braccianti, calzolai, facchini, caprai, ecc. e non stilisti o parrucchieri, ma il senso non cambia: la colpa non è di far sesso tra uomini ma di fare la femmina. Si colpisce la donna e tutto ciò che la riguarda, anche e soprattutto quando queste cose sono nell’uomo.
È come per i famigerati preti virili auspicati da Ratzinger: la femminilità, che non a caso nella Chiesa cattolica è relegata alle mansioni più umili e non ha speranza di ambire ai vertici, è praticamente una colpa. Tolta la Madonna, restano quasi solo figure di ragazze che sono state proclamate sante perché non l’hanno data.
Figuriamoci i maschi virili dell’epopea fascista. L’uomo non può farsi inculare perché è cosa da donna, umiliante quindi. Al massimo può inculare un altro uomo perché tanto la “colpa” non sarà divisa in parti uguali. Si giunge così a omosessuali velati e coperti dai loro gusti, dal fatto di essere attivi: macchiette alla rovescia costrette a esasperare gli atteggiamenti maschili, non diversamente da quanto molti fanno ancora oggi.
Non che esasperare quelli femminili e sfrociare in comitiva non sia altrettanto fastidioso a vedersi.
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Non che esasperare quelli femminili e sfrociare in comitiva non sia altrettanto fastidioso a vedersi. Ma mi permetto di dire che non è la cosa peggiore, perché si è liberi di essere uomo o donna, di essere una via di mezzo, di decidere cosa fare del proprio corpo, a letto e fuori. Liberi di scegliere ognuno i propri partner, i propri amici, ma senza per questo sentirsi superiori, perché la grande ipocrisia sta nel volersi sentire normali discriminando altri omosessuali come noi.
In quel raccontare un’altra epoca del libro sui confini fascisti ci sono tracce di qualcosa che ancora esiste, per quanto possa anche sembrare che siano trascorsi millenni. È l’epoca dei nostri nonni, più o meno, con la differenza che molto probabilmente, siciliani o meno che fossero, difficilmente qualcuno di noi si sarà sentito raccontare dai propri nonni maschi che da giovani venivano soprannominati ‘a Betteflài, ‘a Placidina, ‘a Sdidicata o ‘a Bastarduna.
Creature non definibili come uomini né come donne, ma proprio per questo facilmente individuabili e condannabili, sempre perché un uomo all’anagrafe deve avere solo atteggiamenti virili. Poco importa quel che fa, quel che è in realtà: tutto sta in come si appare.
Anche se poi proprio gli etero vengono turbati dal loro subdolo fascino sotterraneo. Li guardano, sentono qualcosa e cercano presto di rimuoverla. Oppure si lasciano andare e rimuovono in seguito. Come è sempre stato.
Flavio Mazzini, trentenne, giornalista, ha deciso di prostituirsi con uomini per raccontare le proprie esperienze nel libro “Quanti padri di famiglia” (Castelvecchi, 2005). Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.
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di Flavio Mazzini

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