SESSO SENZA AMORE. SI O NO?

Davvero del sesso fine a se stesso non rimane nulla, a parte un senso di vuoto? Per me era così, ma poi arrivò un treno da Livorno…

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Perdonate l’esordio simil spot (vi invito a telefonare, se avete qualcosa da chiedere) ma la mail mi sembrava un ottimo spunto per un argomento finora trascurato. Trascurato da me, non certo da chi mi ha tacciato di dedicare spazio al sesso a totale discapito dell’amore, dimenticando non solo che del primo io sono un fiero estimatore, ma soprattutto quale sia il nome incontrovertibile di questa rubrica.

Non ho mai però aggredito chi cercava l’amore (a patto ovviamente di non essere aggredito per primo…), anzi conservo da tempo la lettera all’esperto (dott. de Sanctis) del ragazzo che si riconosceva gay “non xkè mi piacciono i maski, ma xkè mi innamoro di maski” ma che lamentava che con il proprio comportamento allontanava “oltre il 90% delle persone”, per paura di ricevere una fregatura.

Fregature ne abbiamo ricevute – e, per la proprietà transitiva, date – un po’ tutti. Però, se l’amore e il sesso non sono obbligatoriamente mondi separati, non sono nemmeno obbligatoriamente inscindibili. È un’eterna questione di cui si dibatte quotidianamente e con grande autorevolezza nei programmi della Tv di Stato, quindi non serve che io aggiunga la mia opinione.

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Semmai posso aggiungere la mia esperienza di 35enne: avendo cominciato tardi a fare sesso…

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Semmai posso aggiungere la mia esperienza di 35enne: avendo cominciato tardi a fare sesso e a dibattermi con le pene d’amore, ho scoperto due realtà distinte. Quando ero agli esordi da omosessuale praticante mi disperavo di non riuscire a vivere pienamente i miei desideri erotici con il fidanzato di turno. Se però mi avventuravo in impiastricciamenti vari con perfetti sconosciuti, finivo per provare un senso di vertigine, nausea, quasi vomito. Non essendo incinto e non sapendo che spiegazione darmi, speravo almeno di riuscire a trovare, se non la causa, almeno l’antidoto.

Che giunse, inaspettato e puntuale, con il treno da Livorno, in un caldo pomeriggio d’estate. Lo avevo contattato – perché sto parlando di un ragazzo in carne ed ossa – tramite il fermo posta, nobile antenato delle chat, e, visto che i miei erano partiti per le vacanze e avevo casa libera, lo avevo invitato a raggiungermi. Senza mai averlo visto nemmeno in foto.

Mi resi conto del rischio mentre il treno si avvicinava al binario. Non essendo capace di svignarmela, mi preparai al peggio (un atteggiamento che consiglio ai meno esperti, ogni qualvolta si rechino ad appuntamenti con sconosciuti), cosa che mi fu utile, perché accettai la novità di buon animo.

Una novità in carne e ossa – perché ricordo che sto parlando di un ragazzo – anzi, perfino troppo in carne, con un viso simpatico, per quanto poco erotico, e dall’accento godibilmente livornese. Lo condussi a casa e, appena scorta la Cupola di san Pietro, lui sospirò: «La Madre Hiesa…», esclamazione che me lo rese ancora più simpatico. E meno erotico. In quei giorni mi cantò anche un’aria della Tosca nel chiuso dell’auto, perché era – e spero sia ancora – tenore lirico. E infine facemmo sesso.

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Ma come? Non era erotico, era carnosetto, era devoto, era… Lo so! Ma lo sapete anche voi come vanno a finire queste cose… Il punto non fu il sesso, però, ma che dopo il coito mi prese il solito giramento di stomaco, nausea, ecc. Perché avevo avuto un rapporto con un ragazzo con cui non ero fidanzato, né potevo illudermi di poterlo diventare (capziosa attenuante che mi aveva spesso evitato ulteriori disturbi gastrici).

Per cui, il giorno successivo, per non incorrere nel medesimo errore, pensai bene di operare da solo, con tempestività e discrezione, in modo da presentarmi all’eventuale secondo round senza alcun interesse sessuale. In breve, mi masturbai in bagno. E andai da lui col sorriso stampato sul volto ebete, convinto di aver scampato nuove crisi da donna gravida. Infatti facemmo di nuovo sesso.

Ma come? Non era… ecc., e poi tu… ecc., e ti eri anche… ecc. È vero! Non me lo seppi spiegare nemmeno io. Fatto sta che successe. Ma il punto non fu il sesso, ma il fatto che quella volta non avvertii alcun sintomo. Non so se fosse stata l’influenza della Madre Hiesa (all’epoca gestita da un maschione dell’est), so solo che da allora non soffersi più di alcun mal di stomaco post coitum.

Ebbi sempre casini in amore, ma imparai a far sesso senza essere fidanzato e senza illudermi che il conduttore del camion o la signorina appena diplomata potessero essere l’altra metà dell’arancia (o della mela?). Imparai a sentirmi uomo, ossia a scegliere quando farlo e quando invece declinare, accettando qualunque cosa poi capitasse, senza rimpiangere le occasioni lasciate fuggire e ricordandomi sempre del piacere provato quando invece avevo ceduto: mantenendo dentro di me le sensazioni e l’energia liberatoria che poteva sprigionarsi anche in una semplice sveltina all’aperto.

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Ricordandomi soprattutto del valore della libertà, anche quella sessuale: la libertà di scegliere di farlo (o di non farlo), con chi, dove e come. Un valore che, per quanto deludente possa mai rivelarsi l’atto in sé, non è secondo a nessuno. Nemmeno all’amore.

Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista “dall’interno”, e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.
Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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di Flavio Mazzini